Ruud Gullit: alla Samp il mio miglior campionato. Boskov ed Eriksson che allenatori

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Ruud Gullit: alla Samp il mio miglior campionato. Boskov ed Eriksson che allenatori

Lo vedi e fa impressione: sai di avere davanti un monumento. Anche se le treccine sono sparite da un pezzo; pure i baffi. Da parte sua nessuna spocchia o presunzione. Ruud Gullit non deve dimostrare niente a nessuno. Del giocatore è rimasto il sorriso sempre aperto al mondo e a chi gli parla. Forse è aumentata di un bel po’ quell’esperienza di vita che lo ha portato a essere più riflessivo e meno istintivo. Non c’è dubbio che Gullit abbia incarnato per almeno un decennio il ruolo del fuoriclasse assoluto e del vincente in una carriera che al Milan ha vissuto il suo momento più alto. Ora si propone con un libro, il suo secondo autoritratto (“Non guardare la palla – Che cos’è davvero il calcio”, edito da Piemme) che ha soggiornato a lungo nella Top 10 della classifica IBS dei libri più venduti.

 
Lo rivedo con estremo piacere, a lui mi lega una delle stagioni più divertenti del mio lavoro… quello della seconda Sampdoro di Paolo Mantovani e Roberto Mancini che sfiorò uno scudetto. Si ricorda di me e ci scherziamo un po’ sopra… Hai sentito che hanno multato Perisic per una partita di beach volley? “Ah beh – dice – con noi alla Sampdoria stavano freschi. Io salivo in motorino tutti i giorni a Bogliasco senza casco, d’altronde come facevo a mettermelo il casco? E quando qualche compagno disse che se io arrivavo in motorino loro volevano poter salire in moto, in parcheggio spuntarono anche un paio di Harley-Davidson. Ricordo poi che Mancini era appassionatissimo di moto d’acqua, lui e Vialli andavano sempre a fare dei giri davanti alla villa di Luca a Quinto. Volli provare anche io, fu molto divertente…”.

Gullit arrivò alla Sampdoria dopo un paio di stagioni opache al Milan quando Vialli non c’era già più e sfiorò lo scudetto con un’annata incredibile. La bellezza di 15 gol in 31 partite in una sola stagione, 33 gol in tutto, in qualche caso indimenticabili: “Sì, fu uno degli anni più belli della mia vita – dice Ruud – avevo Mancini che mi serviva la palla sempre sulla cravatta, mai visto un giocatore che riusciva ad adattarsi così alle caratteristiche dell’attaccante che gli giocava a fianco. Un fuoriclasse assoluto“. Era ancora la Sampdoro di Paolo Mantovani, che sarebbe mancato qualche anno dopo, e di Eriksson. 

​Boskov aveva lasciato, ma era ospite fisso dei salotti televisivi. Vujadin passò alla storia con una sua frase leggendaria. Dopo il gol con il quale Gullit segnò in rimonta la rete della vittoria sul Milan per 3-2, disse che “Gullit era come cervo che esce di foresta”. Solo Boskov aveva queste battute: “Boskov era straordinario, ma Eriksson è stato un allenatore incredibile. Da lui ho imparato moltissimo. Un grande tecnico – dice di lui Gullit – spesso si rendeva conto che una volta messo un po’ d’ordine in difesa e chiarito l’atteggiamento da tenere sul campo c’era poco da dire perché parlava a una squadra di fuoriclasse, diceva semplicemente ‘fatemi divertire’ oppure ‘non vogliamo mica perdere contro questi qui’ e questi qui erano quelli della Juve o del Milan. Nell’intervallo della partita con il Milan ci punse sull’autostima e sull’orgoglio, pioveva forte ed eravamo sotto 0-2… ‘guardate che la colpa non è mica dell’acqua, state giocando come ragazzini’. Entrammo in campo scatenati: Katanec e Mancini pareggiarono, poi è arrivato il cervo”. Ma è vero che ti diceva ‘gioca un po’ dove ti pare…’? “Beh, non proprio così ma quasi: a me e a Mancini diceva spesso di inventarci qualcosa, di scambiarci ruolo quando volevamo, eravamo imprevedibili”.

L’anno dopo tornò al Milan e fu una delusione, perché? “Perché il calcio non è una scienza esatta, perché 2+2 non fa quattro. Sbagliai a tornare al Milan, ma d’altronde il club mi volle e il mio cartellino era loro. Non c’è una partita uguale all’altra, non c’è una squadra che riesce a replicare la stagione dell’anno prima: magari farà meglio, ma mai uguale”.  Il suo libro parla anche di questo: “Il mio libro cerca di portare la mia esperienza di ex giocatore, di ex allenatore e soprattutto quella di commentatore, che è la mia professione oggi. Racconto partite in olandese e in inglese di diversi campionati e visto dalla tribuna il calcio è veramente diverso, ma se hai vissuto il campo sai come raccontarlo e come farlo capire. Il calcio è enormemente cambiato e cambia sempre, ogni anno, in qualche maniera. Bisogna essere rapidi ad adattarsi”.
 
Il calciomercato brucia milioni di euro spesso inutilmente. “Non è che ai miei tempi si spendesse di meno. Io costai intorno ai 10-12 miliardi, van Basten molto meno perché c’erano molti dubbi sulla sua resistenza fisica, non arrivò ai 2 miliardi. Ma se indicizziamo a oggi sono un sacco di soldi. Berlusconi fu molto chiaro dicendo che voleva spendere tanto per vincere tutto in poco tempoMolti lo presero in giro e invece ha avuto ragione lui. Chi ha i soldi in mano detta le regole: chi ha i giocatori deve decidere se tenersi il giocatore, magari scontento o demotivato, o prendersi i soldi. Di solito la seconda opzione vince. È vero, oggi i soldi sono davvero tanti,222 milioni per Neymar sono una valanga di quattrini. Ma queste sono le regole: quella era la cifra per rescindere il contratto, se qualcuno la versa si prende il giocatore. Alla fine credo siano tutti contenti: il PSG che ha Neymar, il Barcellona che incassa quanto non avrebbe mai potuto incassare e ovviamente Neymar, che vivrà nella seta per il resto dei suoi giorni”.
 
Gullit ha un paragone interessante sul calcio: “È una partita a scacchi, nella quale l’allenatore che intuisce la mossa vincente e muove i pezzi per primo, vince. Ma anche qui, non c’è nessuna certezza: troppe le variabili, troppe imprevedibilità. Il calcio è bello per questo. Ma in un calcio estremamente tattico e fisico come quello di oggi, il peso dell’allenatore è significativo: può avere un approccio mentale e psicologico, o più tattico o più empatico. Ma se azzecca le mosse giuste in anticipo di solito fa sua la partita” 

​Ruud Gullit, un mito: in un solo anno è riuscito a diventare un giocatore tra i più rimpianti della storia blucerchiata. E Paolo Mantovani se lo fece recapitare praticamente gratis: “Presidente – disse Gullit alla presentazione della squadra quando si era presentato con oltre un’ora di ritardo – mi faccia tornare la voglia di giocare a pallone”. Mantovani, che era già malato e forse cominciava a immaginare che il suo giocattolo non sarebbe durato a lungo gli rispose: “Tu vieni puntuale e ti garantisco che ti divertirai come non ti sei mai divertito prima“. Giocatori come Gullit non li producono con lo stampino. Ma avendolo conosciuto molto bene, e conoscendo, purtroppo, anche meglio i presidenti di oggi, posso garantire che un mecenate come Paolo Mantovani oggi ce lo possiamo sognare.

FONTE: calciomercato.com

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