IL SAX DEL “ NERO A META’ ” FA VIBRARE LE CORDE DELL’ANIMA…DA MIANO A SANREMO PER IL PREMIO TENC0 2016…

di Carlo Ferrajuolo

A settantun’anni il suono del suo “sax-nero” resta rabbioso, ribelle, “ ‘ncazzat nire” che, con e senza i “Napoli Centrale”, è giunto fino al Terzo millennio, aggiudicandosi il Premio Tenco 2016. In quasi cinquant’anni di musica, ha attraversato trasversalmente la canzone leggera italiana, il funk-jazz, il grande cantautorato. E’ una leggenda vivente, colui il quale ha dato uno dei primi ingaggi all’indimenticabile Pino Daniele, con cui collaborerà e avrà amicizia vera sino al suo ultimo giorno. James Senese figlio naturale di James Smith soldato della 92° divisione dell’esercito americano più conosciuta come Buffalo Soldiers (Bob Marley  ha dedicato una canzone a questo rappresentativo gruppo di soldati americani), cioè un plotone di colore che sbarcarono a Salerno e raggiunsero Napoli che era appena riuscita dopo le gloriose quattro giornate a liberarsi dall’occupazione nazifascista. Gaetano, per tutti James (il nome del padre, Senese quello della madre), inizia giovanissimo la sua carriera di sassofonista, nel 1961 insieme a Mario Musella, grande amico e potente voce,  anche lui di madre napoletana e figlio di un soldato americano pellerossa.I due formano fra Terzigno e Aversa gruppi musicali quali “Gigi e i suoi Aster”, e “Vito Russo e i 4 Conny”, per poi fondare nel 1966 con Franco Del Prete, Luciano Maglioccola, Elio D’Anna e Giuseppe Botta gli Showmen, gruppo che, seppur di breve vita (fine anni ’60, fino al 1970), segnerà la storia della musica italiana, questo complesso inciderà due 33 giri di grande successo.  James Senese uno dei padri fondatori di tutto il movimento musicale denominato ‘Neapolitan Power’, che, negli anni ’70, nacque e si sviluppò all’ombra del Vesuvio, al centro storico di napoli e in alcuni quartieri periferici. . E’ cresciuto con suo nonno Gaetano…<<Il mio vero padre. Mi diceva “Jé, nun da’ retta”, non ci pensare. Grazie a lui ho avuto una grande educazione, capendo il rispetto e imparando ad andare sempre per la mia strada, inseguendo il mio sogno, la musica>>. Dopo la guerra suo padre riparte per gli Stati Uniti, lei era piccolissimo? «In pratica non l’ho mai conosciuto, di lui mi sono rimasti i dischi che portava a casa e una fotografia, che ho pubblicato nel disco “Hey James”. Sono un figlio della seconda guerra mondiale. Mio padre ha vissuto con mia madre fino all’età di due anni, quando litigavano, mi prendeva sotto il braccio e mi portava con sé in caserma…quando riparte per gli Stati Uniti, mia madre gli scriveva tante lettere, che un po’ ritornavano indietro, mentre altre senza nessuna risposta da parte di lui. Gli Stati Uniti erano al collasso totale in quel periodo, la gente di colore camminava su un marciapiede, mentre i bianchi su quello opposto della strada. Era impossibile che mio padre potesse portare mia madre in America essendo di pelle bianca, c’erano dei complessi tra i neri e i bianchi. Cosa, inspiegabile per mia madre, raggiungere mio padre negli Stati Uniti, dove i neri subivano ancora l’ingiustizia della segregazione razziale>>. Avrebbe voluto conoscere suo padre? << È una storia chiusa. Poi, come le ferite, qualche volta si apre. Certamente, non l’ho più rivisto, non ho mai saputo se lui si è rifatto una vita, se si sia sposato. L’ho perdonato e non porto nessun rancore verso di lui>>. Mentre molti artisti napoletani sono “scappati” via da Napoli, lei è nato, cresciuto e vive ancora qui, in un quartiere come Miano, nella periferia Nord di Napoli…<<Per me è principalmente un fatto di sentimento. Io e mia moglie ci siamo sposati qua che tenevo diciotto anni.  Miano, hinterland napoletano, backstage del Golfo, cemento senza mare. Condivide col resto della periferia nord cittadina una situazione di marcato malessere sociale ed economico aggravata anche dalla scarsa visibilità che il quartiere ha, anche nei confronti di Scampia e Secondigliano. L’economia è basata sul terziario, ma fino a una decina di anni fa a Miano era in attività il grande stabilimento della Birra Peroni, che offriva lavoro a centinaia di famiglie. Dopo la vendita dell’azienda, lo stabilimento è stato chiuso e attende l’attuazione di un grande progetto che vuole creare nell’ex-area industriale un polo commerciale-ricreativo.  Sono nato precisamente a Vico Primo Parise n°8.  Qua abbiamo cresciuto due figli che adesso sono grandi. E poi dove me ne dovevo andare? Forse solamente in America, solo lì mi sarei sentito un uomo veramente libero.  La verità? Io qua ci sto bene, ma devi essere forte, non guardarti troppo intorno e devi avere una strada, la tua, sulla quale camminare. Qui negli anni sessanta era tutta terra, poche case sparse». james_senese_sassofonistaAscoltava tanta musica nera, quella della Motowan per intenderci, i dischi che ascoltava suo padre? «Nel nostro vico la musica era dominante. Gli americani avevano portato i 45 giri fatti a 33, swing, boogie woogie, blues, r’n’b,Glen Miller. In casa tenevamo un grammofono che era una cosa troppo bella, dentro, ci stava il giradischi e il bar. E dentro i dischi, ci stavano le orchestre. Trombe e sassofoni. Avevo dodici anni quando scelsi il suono del sassofono. Andammo a comprarlo con la mia mamma giù a Napoli, in via San Sebastiano, allora lo pagammo settantamila lire a cambiale. Era un “ministeriale”, mancavano perlomeno sette-otto chiavi — professionalmente parlando. Poi presi lezioni di musica dalla buonanima del maestro Santoro. Abitava a Piscinola, il paese qua dietro. Ci andavo tutti i giorni, percorrendo il tratto da casa mia a piedi>>. Studiava il sax e lavoricchiava? <<Ero ancora minorenne, studiavo, suonavo e per sostenermi ho fatto tantissimi lavori da ragazzino come il cameriere, il benzinaio, il muratore, l’imbianchino, tutti lavori fatti a sprazzi, che duravano qualche giorno o qualche settimana, non di più. Quando facevo il cameriere, servendo i tavoli, un militare americano, mi regalò 300 dollari di mancia, ma il mio datore di lavoro se li prese lui e da quel giorno non scesi più a lavorare, le ingiustizie non mi sono mai piaciute, sia in musica sia nella vita. L’unico lavoro che è durato più a lungo, è stato il modellista in una fabbrica di scarpe>>.  Ormai James lei aveva preso la sua strada. Al suo fianco c’era Mario Musella, nato lo stesso anno e venne ad abitare nello stesso palazzo… Scherzo del destino? «Pure lui come me era figlio della guerra, solo che suo padre era un cherokee e il mio del North Carolina. La musica che ci piaceva era il rhythm and blues. Con le scarpe stavamo a Miano, a Piscinola, ma la testa stava in America. Mettemmo in piedi gli Showmen. Nel Sessantotto riarrangiammo un vecchio brano degli anni Trenta: “Un’ora sola ti vorrei” che  vince il Cantagiro e conquista l’Italia. Sono soldi. Il primo 33 giri vende un milione di copie.  L’anno seguente partecipiamo al Festival di Sanremo in coppia con Mal, con la canzone “Tu sei bella come sei”. Nel 1970 incidiamo “Mi sei entrata nel cuore”, di Carla Vistarini e Luigi Lopez, etichetta RCA, pezzo con il quale entrano in classifica>>. napoli-centralePochi anni dopo la favola finisce…Perché? << Si, Elio D’Anna per incomprensioni interne lascia la band, mentre Mario decise che voleva andare via anche lui e fare il cantante solista senza poi riscuotere un grande successo. Senza più un nome tornammo a essere quello che eravamo prima. Nessuno. Avevo altre idee, tagliai con il passato, in cerca della mia musica. Ci stavano gli Area, i Weather Report, Miles  Davis, approfondivo John Coltrane». Dopo un po’ creò la band dei Napoli Centrale…<<Ero innamorato di John Coltrane e Miles Davis, quindi sentivo l’esigenza di creare qualcosa di nuovo, di sperimentare. Cercavo un suono nuovo, diverso, un sound che abbattesse muri e barriere con il mondo. E’ il periodo della svolta funky di Davis e della nascita dei Weather Report, band che amerò particolarmente. Nel 1975 sempre con l’amico Franco Del Prete fondo dunque i Napoli Centrale, il nome, che mi è suggerito da Raffaele Cascone, giornalista, musicista e conduttore radiofonico, ed è la denominazione della stazione ferroviaria di Napoli. Il quartetto è composto da me al sax e voce, Franco Del Prete alla batteria, Mark Harris al Piano Fender e Tony Walmsley al basso. Nello stesso anno per l’etichetta Ricordi, incidiamo il primo disco “Napoli Centrale”, una fusione di jazz, rock e un po’ di progressive, miscelato alla perfezione con la musica popolare napoletana>>. Questi sono anni importanti…<<Certamente! Il disco esce nel 1974 e vende novantamila copie, la singola”Campagnaè da hit parade, tra i tanti grandi artisti che chiedono di poter partecipare a quell’avventura nel ’76 c’è anche un giovane Pino Daniele. Intorno a me ed i Napoli Centrale nasce e cresce il “Napolitan-Power”. Con efficaci testi rivolti al sociale cantati in dialetto napoletano . Successivamente i due stranieri lasciarono la band e si unirono ad una nuova versione del “Rovescio della Medaglia”. Franco Del Prete è un grande paroliere, però musicalmente, come batterista, non era virtuoso, io cercavo di più, per questo nuovo percorso musicale. Il gruppo non riusciva a decollare in senso artistico e non di vendite o di pubblico, (io ero già oltre con il pensiero musicale), e a dare corpo alla musica che io avevo in testa. Questa mia insoddisfazione negli anni mi portò ad allontanare grandi musicisti con i quali avevo instaurato un ottimo feeling come ad esempio Mark e Tony: un grande errore di cui mi sono pentito col tempo. Preferii tenere accanto a me l’amico Franco, sacrificando i musicisti veri>>. Senza di loro, nel 1976, realizzò il secondo disco “Mattanza” con un personaggio già famoso Bobby Solo come tecnico del suono…<<Esattamente Bobby era con noi. Con questo nuovo lavoro discografico i problemi vennero definitivamente a galla. Le composizioni diventavano sempre più complesse, aperte, e quindi ci volevano musicisti sempre più preparati. Provammo per tre mesi ininterrottamente ma senza Franco. Per la verità provammo anche con lui ma non riusciva a suonare alcune parti di batteria. Furono pertanto chiamati i batteristi Agostino Marangolo (Goblin) e Bruno Biriaco (Perigeo), Marvin Smith, allievo di Max Roach ed Elvin Jones, mentre Kelvin Bullen fu scelto per il ruolo di bassista. Una volta finito il disco dovevamo organizzarci per la tournée promozionale e qui ancora una volta i sentimenti presero il sopravvento sulla ragione. Chiusi le porte del gruppo ad Agostino Marangolo che desiderava suonare con noi, preferendo l’amico Franco. Così facendo però mi giocai la promozione live di “Mattanza” perché dal vivo non riuscivamo a riprodurre quello che avevamo realizzato in studio. Dal vivo, per un certo periodo, suonò anche un giovanissimo Pino Daniele, con cui il gruppo si presentò anche al festival jazz di Montreux in Svizzera>>.  Pino Daniele aveva circa vent’anni quando l’ha conosciuto…<<Noi cercavamo un bassista, perché Tony Walmsey lasciò la band. Un giorno ero a casa, stavo ascoltando musica, quando squillò il telefono. Dall’altra parte della cornetta un giovane mi chiedeva se potevo incontrarlo; voleva conoscermi e suonare nei Napoli Centrale, perché aveva sentito in giro che cercavamo il bassista. Qualche giorno dopo la telefonata venne da me. Era un ragazzone grande,  ma molto simpatico. La cosa che mi colpì subito fu il suo entusiasmo, la grande sensibilità, il suo amore per la musica, per la chitarra e per Napoli, tutto traspariva nelle sue composizioni. Non stava nella pelle, voleva spaccare il mondo. Mi fece ascoltare delle sue composizioni, poesie in musica, che aveva scritto e mi piacquero immediatamente. In quei suoi primi pezzi, per niente acerbi, già c’era dentro tutta la sua napoletanità verace, mai sguaiata che si sposava con il blues, il jazz, la musica napoletana. Mi chiese subito dopo aver suonato cosa ne pensassi, guardandomi negli occhi quasi a voler capire prima delle mie parole il mio giudizio. Mi guardava con ansia, si aspettava subito una risposta. Gli dissi ‘ok Pino però a me serve un bassista non un chitarrista, te lo avevo già detto per telefono. Se vuoi venire a suonare con noi il basso, noi abbiamo dei concerti da fare…Così fu, Pino diventò il bassista dei Napoli Centrale, con noi ha suonato solo dal vivo>>. Da quel giorno non vi siete più divisi… Dopo lo scioglimento, avvenuto prima dell’uscita del terzo album, lei intraprese l’attività di session-man a fianco di Pino Daniele, e una longeva carriera solistica… << Con Pino siamo stati come due fratelli, con me si sfogava, aveva trovato in me un fratello maggiore, anche perché avevo dieci anni in più. Negli anni non ci perdemmo mai di vista fin quando non mi volle accanto a se, alla fine degli anni 70. Collaborazioni intense, suono il sax in alcune delle sue più belle composizioni, quelle contenute in album cult come Pino Daniele,‘Nero a metà, Vai mo’, il live Sciò. Con Pino mi sentivamo 4-5 volte al mese, parlavamo di musica, di progetti, di ricordi tristi e sereni, fino a due giorni prima della sua morte>>. Dopo le collaborazioni nel disco e live con Pino Daniele la casa discografica Ricordi spinge per avere un prodotto più commerciale, puntando sul suo nome come cassa di risonanza? <<Il direttore della Ricordi, mi propose di fare ‘‘canzoni alla Pino Daniele” e mi dissero:“A noi non interessano più i Napoli Centrale, ma James Senese e i Napoli Centrale”. Volevano puntare solo su di me, anche perché con Pino avevo raggiunto livelli di notorietà ancora più alti. Così, quello che doveva essere il ritorno dei Napoli Centrale, fu invece il primo disco solista “James Senese” del 1983, a cui fecero seguito “Il passo del Gigante” 1984 e “Alhambra” del 1988. Abbiamo dato vita ad alcuni buoni lavori in quel periodo, altri meno, ma mai realizzati in totale libertà creativa e compositiva. Per questo motivo sono contento in parte dei dischi fatti in quel periodo, mancava quella vena soul-black che non riuscivo a ricreare con il gruppo. “Alhambra” è stato il disco migliore. Ero riuscito a ricreare tra di noi, in studio, quel sound che avevo in testa. E il pubblico ci premiò con vendite molto alte e addirittura con un primo posto in classifica. Su quest’ultimo, peraltro, suonavano Paco Serè (già con Joe Zawinul) e addirittura Gil Evans (con cui successivamente suonerò ad Umbria Jazz>>. jamese-senese-2Il suo giudizio ci sembra molto severo. Gli album in questione offrono un prodotto certamente diverso da quello dei Napoli Centrale, dei primi album, che erano più votati alla sperimentazione, ma non per questo meno validi… <<Sicuramente si… Ma non dimentico come album “Hey James” del 1991 che proseguiva il discorso di tre anni prima, con più marcate attenzioni alla tradizione napoletana in “Te Fatica, te” e addirittura con puntate reggae in “Oggi è venerdì”. Seguiranno, nell’ordine, “Sabato Santo” del 2000, “Passpartù” 2003, e “…Jè stò ccà” anno 2005. il tutto filtrato dalla sua etnia afro-napoletana”. Per dovere di completezza citiamo anche l’album realizzato nel 2003 in coppia con Enzo Gragnaniello dal titolo “Tribù e passione”…<< un bellissimo progetto discografico, non capito dai produttori di allora, che cercano sempre canzonette commerciali>>. Nel 1982 ha conosciuto Massimo Troisi e Lello Arena e ha realizzato la colonna sonora del film “No grazie, il caffè mi rende nervoso”, parte delle musiche appariranno nel disco Hey James…<<Anche questa un’esperienza straordinaria, Massimo era di una bontà infinita. Con Troisi ho un ricordo bellissimo alla ‘Bussola’ di Viareggio quando ho tenuto un concerto con i Napoli Centrale e lui mi mandò a prendere dal suo autista e mi ha portato in questo ristorante, dove mi ha fatto trovare dodici aragoste che dovevo mangiare da solo. Questa è stata una grande cosa, rimasi basito, sorpreso, mentre lui mi disse: “Te le devi mangiare tutte!”>>. Nel 2016, a quattro anni di distanza dal suo ultimo album da solista ritorna alla ribalta con ‘O Sanghe’, con i Napoli Centrale, per ridare lustro ad un glorioso passato, ad uno stile inossidabile e mai contaminato da logiche estranee all’amore per la musica, mai genuflesso ai dettami di mercato…< Una parte del nostro popolo soffre moltissimo, ‘O Sanghe’ è nel nostro dna, appartiene a tutti, da qui parte tutto. Un cd dedicato agli ‘ultimi’, a chi è senza lavoro, senza amore, senza presente né futuro, dedicato a una società che ha smarrito il lume della ragione per colpa di un sistema che tende a confondere e a traghettarci verso il male. E allora l’unica speranza è la fede e nel brano che dà il titolo all’album, mi rivolgo direttamente a Dio per chiedere i motivi di tanta sofferenza. Una domanda che non può trovare risposta se non parzialmente nell’umiltà e semplicità delle note del mio sax, da sempre incisive e dirette al cuore della gente>>. Un disco importante per la sua vita…<< Ho composto questo disco in un momento particolare della mia vita, in cui ho avvertito l’urgenza di parlare dei sentimenti, dell’amore. Non solo l’amore passionale ma anche quello per un’idea o per la vita. Ho fatto tanti dischi ma qui mi sono impadronito della mia anima senza accettare compromessi di nessun genere. Quando si è giovani i compromessi si subiscono forzatamente e comunicare con gli altri è sempre difficile. Tutti credono di essere superiori, condizionando i propri rapporti e perdendo la strada naturale e istintiva, l’unica che si dovrebbe percorrere nella propria esistenza. Vorrei ricordare ai giovani che l’esperienza insegna come nessuno sia migliore degli altri. Forse si può avere solo una maggiore capacità di emozionarsi, ma non più di questo. Nella mia strada ho trovato molti amici, e anche molti nemici, senza mai comprendere la provenienza dei falsi sentimenti. Riprendetevi l’anima che avete perso, in questa società gli uomini onesti restano pochi. E la mia onestà, non la cedo in cambio di niente e nessuno>>. Nel brano “‘Povero munno’” scritto da Enzo Gragnaniello, amore e libertà sono descritti come valori a rischio di estinzione. Il tempo è l’unica soluzione al male? <<C’è bisogno di un miracolo vero, perché non riusciamo a capire e non ci fanno comprendere, dove dobbiamo andare. Il mondo è sottosopra, questo lo dobbiamo ammettere e per questo non sappiamo più, dove andare>>. Oltre all’immancabile senso di ribellione in quest’album c’è un’invocazione a Dio. Quanto è importante la fede per James Senese? <<La fede è importantissima, è l’unica realtà che ci appartiene, nel senso di credere in Dio perché esiste e solo Lui può portarci sulla strada giusta. La nostra società è in parte dominata dal male, non si riesce a debellarlo, il sistema fa di tutto per non farci capire niente>>. A settantuno anni, il suo stile resta inconfondibile. Non si è mai fatto contaminare né si è piegato alle logiche di mercato. Qual è il segreto di tanta coerenza artistica? <<Amo tanto i miei suoni e la mia cultura musicale, attingo moltissimo dal popolo e da quello che vedo. Io cerco sempre qualcosa di più, però i miei suoni appartengono al popolo, il sound è la vita e da questo non mi distacco>>. James lei è il sassofonista italo-americano più famoso d’Italia, il 20 ottobre ha ritirato il premio Tenco a Sanremo… <<A settantuno anni, ho ritirato il mio primo premio Tenco, un premio che rispetto, sudato, ma penso meritato. Dopo cinquanta anni di carriera. Essere scelto tra duecento dischi, in una commissione di centinaia di giornalisti è una grande soddisfazione>>. Lei è un grande tifoso del Napoli? <<Adoro la mia città e amo anche il Napoli, mi appartengono nel cuore e nell’anima. Ricordo i tempi di Vinicio, Juliano, Krol, Maradona, anni fantastici… Ricordo gli scudetti, la Coppa Uefa con immenso piacere, una gioia infinita, la gente in strada, le vecchie 500 dipinte di azzurro e i vicoli in festa con striscioni azzurri…Anni meravigliosi, difficili da dimenticare, ma ricordo con grande tristezza il fallimento, mi si fermò il cuore, la mia squadra non esisteva più>>. Come vive l’avventura di questo Napoli?  <<Io ho sempre amato il Napoli. Non faccio come qualche napoletano che quando la squadra perde non è più con il Napoli. Io sto sempre con loro. >>. E in Champions? <<Possiamo farcela, possiamo andare avanti. E’ quello che speriamo tutti>> Chi è il vero eroe di questa squadra?  <<L’eroe non è uno. E’ tutta la squadra. Insomma, è come un gruppo musicale. Certo, magari esiste uno più forte o che fa il leader, ma è la squadra che fa la musica>>. E Sarri?  <<Bè, lui allora è il direttore d’orchestra. Un professore del calcio moderno>>.  Cosa mi racconta di De Laurentis… <<Un presidente imprenditore, calcolatore, ma delle volte essere troppo contabili e non improvvisatori si rischia di restare a bocca asciutta. Bisogna osare nella vita, perché delle volte rischiare porta meravigliosi risultati>>. E se il Napoli dovesse vincere lo scudetto? Scriverebbe una canzone? <<Perché no. Credo proprio di sì… la scriverei di sicuro…>>.

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