ENZO GRAGNANIELLO: LO SCIAMANO DELLA CANZONE D’AUTORE… NEAPOLIS MANTRA – 14 MARZO TEATRO AUGUSTEO NAPOLI

La sua voce è un canto libero, senza frontiere e padroni. Poroso come il tufo e agitato come il mare in tempesta. Gragnaniello è cresciuto “all’inferno”, ai Quartieri Spagnoli, li, come una quercia secolare ha piantato le sue radici, mentre i rami della sua anima hanno raggiunto il mondo, quello del pellerossa d’America….Gragnaniello è lava, la sua voce eterea attraversa barriere e crea suoni. Enzo è posseduto dalla musica.
Senza esagerare, mi sembra che Enzo non racconti, ma sia egli stesso l’anima più profonda di Napoli. La sua rabbia, la sua malinconia, la sua stessa poesia e fantasia, il disagio, l’inquietudine e il dolore. Il riscatto e la sua energia universale. Ex giardiniere del Comune, buon chitarrista e appassionato di rock, si avvicina alla politica con i “Disoccupati Organizzati” e fonda il gruppo dei “Banchi Nuovi”, con cui partecipa a feste dell’Unità, raduni e concerti autogestiti, circa nello stesso periodo in cui lo fa Pino Daniele.
Dopo un primo periodo “rock” passa a una musica più intimista e raffinata, confermandosi uno dei più preparati e seguiti cantautori italiani, dotato di una particolarissima voce calda e roca.
Vince per ben tre volte la “Targa Tenco”, nel 1986, nel 1990 e nel 1999. Così come Leonard Cohen, George Brassens o Tom Waits, Enzo meriterebbe il posto che gli spetta tra i poeti cosmopoliti come lo definì anche il suo amico d’infanzia, il grande Pino Daniele.  È stato il primo artista pop a tenere un concerto al San Carlo di Napoli, tempio della lirica. La sua musica è passata dai vicoli dei Quartieri Spagnoli al Premio Tenco e da Sanremo al G7 del ’94, per la cui colonna sonora fu scelta una sua canzone; ha scritto capolavori per Consiglia Licciardi, Mia Martini, Celentano, Bocelli, Gerardina Trovato, Valentina Stella e rilanciato nel mondo sia la musica partenopea sia il suo maestro nobile Roberto Murolo, che a lui si appoggiò per l’ultima rentrée, “Cu’ mme”, canzone ancor oggi famosissima in Spagna come in Sud America. Parliamo di Enzo Gragnaniello, napoletano doc (è nato nel 1954 nella strada più stretta di Napoli, vico Cerriglio) e artista capace di rinnovare il linguaggio della nostra musica popolare portandolo su ribalte mondiali. “Neapolis Mantra”, un concerto per ricordare la vera missione della musica, quella di entrare a contatto con la parte più profonda dell’ascoltatore, di emozionare… << Perlomeno, io ho sempre cantato con questo spirito. Perché la musica che faccio è l’espressione delle mie emozioni, suggestioni da comunicare a un numero più grande possibile di persone. Non la definirei una svolta perché ogni emozione ha la sua sacralità e qualunque cosa abbia fatto l’ho sempre eseguita seguendo soltanto il mio istinto. Non mi piacciono neppure le etichette, non seguo un genere particolare. Ho scoperto che con la voce riesco a trasmettere sensazioni forti, che posso esprimere la mia creatività e casualmente, leggendo un antico libretto, ho saputo che nel Cinquecento la musica napoletana era usata per guarire i malati, quasi avesse un potere sciamanico. Così, pensando che qualcosa di questa storia mi appartenesse, sono arrivato ai canti mantra>>. Sarà un concerto molto emozionante e intenso, ambizioso che lo vede autore e interprete avvicinandosi alla scia di personaggi leggendari come Nusrat Fateh Ali Khan. Sì perché, allo stesso modo dell’artista pakistano, anche “Neapolis Mantra” è un canto ispirato a devozione e amore, anzitutto nei confronti di una città e dei suoi abitanti, e poi anche per le energie che richiede e che provoca il suo ascolto. Gragnaniello esplora le profondità dell’anima con la voce, portando in superficie gioia e dolore. Accompagnato dalla portoghese Dulce Pontes – sublime interprete e autrice di moderno fado – e da un quartetto d’archi che si aggiunge alla sua fidata band, Gragnaniello proporrà un canzoniere che è contemporaneo e rétro, in un’altalena di fascinazioni, intuizioni, storie di crudeltà e di passione. <<Parto da Neapolis Mantra e mi dirigo verso un Neapolis magma- continua Gragnaniello-, immaginando soluzioni armoniche ed estetiche. Io e Dulce saremo due onde mediterranee che s’incontrano, si scontrano, inventano un nuovo ritmo. E credo accadranno imprevedibili sorprese>. Reduce dalla composizione della colonna sonora originale del film “Veleno” diretto da Diego Olivares – nel cast: Luisa Ranieri, Massimiliano Gallo, Miriam Candurro, Salvatore Esposito – Gragnaniello annuncia infine che all’Augusteo eseguirà una canzone in anteprima assoluta: Lo chiamavano vient’ ‘e terra. <<Ero io quando facevo i guai in città da ragazzino. Sono maturato come persona, sono meno impulsivo. La musica oggi deve colpire lo spirito: l’unico modo rimasto di fare la rivoluzione è emozionando>>. Facciamo un salto indietro con gli anni, qui mi mostri una foto di classe di tanto tempo fa, scuola elementare Oberdan di Napoli. Due alunni sorridenti: gli scugnizzi Enzo Gragnaniello e Pino Daniele. Chi era più bravo tra voi due? <<Pino era il più bravo. Io ero uno scugnizzo, ma non cattivo, non mi piaceva studiare. Fui bocciato quattro volte in quarta. I miei erano disperati. Alla fine l’unico istituto che potesse accogliermi era il Cottolengo, dove c’erano i ragazzi disabili. Il maestro era anche avvocato, mi diceva: “dai un’occhiata tu a loro mentre sono in tribunale”. E mi aiutò a prendere la licenza>>. E poi, Gragnaniello? <<Andai a lavorare alla mescita di un bar, servivo le birre. Sotto c’era un night affollato di americani. Così scoprii Otis Redding, la musica nera, Elvis, e mi ripresi il blues, che era già nelle radici di noi napoletani, come tutti i suoni che sono arrivati qua: con i greci, gli angioni, i Borboni. È nel nostro sangue>>. Enzo tu sei nato a vico Cerriglio, vicino Santa Maria la Nova, riconosciuto come il vicolo più stretto di Napoli?  <<Sono nato al centro storico, dove l’arte parla, un vico piccolissimo. Sono cresciuto con un muro davanti>> . Ancora minorenne ti sei trasferito a Milano, per trovare una vita libera, uno spirito anarchico <<Verso i quattordici anni vado a Milano, mi serviva spazio, vivevo così, una vita libera, m’identificavo con l’esistenza che fanno i barboni, libera, senza dover dare spiegazioni a nessuno, sarei andato oltre, avevo puntato la Svizzera ma per poterci andare avevo bisogno della carta d’identità valida per l’espatrio, ed io non l’avevo, quindi mi accontento di Milano. A Milano mi presero i poliziotti e mi portarono al Beccaria, il carcere minorile, e così poi mi riportarono a Napoli>>. Lo stile di Enzo nel corso del tempo è cambiato, lo stile iniziale personale non era commerciale, non rientrava nelle cose che potevano fargli guadagnare. Grazie al cambiamento musicale è andato avanti, seguendo le tradizioni popolari e la musica napoletana. Reduce dalla prima esperienza con il gruppo Banchi Nuovi, nel 1976 Enzo partecipa al Festival di Berlino interamente dedicato alle tradizioni popolari, e in seguito pubblica i suoi primi album “Enzo Gragnaniello” del 1983, e “Salita Trinità degli Spagnoli” del 1985 prodotti da Claudio Poggi. Enzo nell’ottantasei hai vinto il primo premio Tenco e successe qualcosa d’incredibile… <<Con i Banchi Nuovi suonavamo pezzi nostri, politicizzati. Grande esperienza il primo Tenco. Ricordo che c’erano tanti artisti importanti come Paolo Conte, Mimmo Locasciulli, Enrico Ruggeri, Tom Waits e Benigni. Un’edizione ricca e storica. Dopo la mia esibizione Tom Waits uscì dai camerini e si mise a gridare “…io a quello lo voglio conoscere, è mio fratello…”…Poi è venuto Benigni che sul palco m’è saltato addosso, come una scimmia, sì, come fa lui, e mi ha detto “ma lo sai che fai impazzire Tom Waits?”…Così, dopo, mi accompagnò nel camerino di Waits e mi abbracciò… Fuori alla porta c’era la fila di persone per chiedere l’autografo…ma Waits mi abbracciava dicendomi che avevo la sua stessa anima…A Benigni questa cosa piacque molto…>> .  Nell’87 l’incontro importante quello con Mia Martini… <<Mimì, la voglio ricordare come l’ho conosciuta. Mi hanno chiamato due impresari, al telefono, e mi dissero che volevano farmi sentire questa artista, che io avevo conosciuto di vista già nel 1983, perché avevamo la stessa etichetta discografica. Me la ricordavo come un’artista interessante, ma non ascoltavo le sue canzoni. Raggiungo questi manager in un ristorante è trovo questa donna che cantava accompagnata da un pianoforte: sono rimasto basito nel pensare che potesse trovarsi in quel locale e mi sono fermato attentamente ad ascoltare la sua voce, vederla da vicino era emozionante. Pensai come mai Mia Martini in quel ristorante? Non potevo sapere che c’era un grave problema economico per il quale era costretta ad esibirsi in quelle condizioni. Mi ha ricordato quello che ha dovuto fare anche il grande Charlie Parker, costretto a suonare nei luoghi più stupidi per potere vivere. Quando la sentii cantare, ebbi una forte emozione, ascoltai una voce che mi fece venire la pelle d’oca>>. Quali sono state le tue impressioni, quando l’hai ascoltata? <<La sua è una voce dell’anima, e mi domando come un’artista così grande possa essere maltrattata da tanta cattiveria. Avverto una forte trepidazione. Questa per me è la più grande artista che io abbia mai ascoltato.. Alla fine del concerto ci presentano e istintivamente ci abbracciamo, è un bell’ incontro. Avevo già cominciato a comporre “Donna” e quando tornai a casa continuai a scriverla per tutta la notte pensando a lei. Dopo qualche giorno, la invito a casa mia ai Quartieri Spagnoli ad ascoltare il provino, lo vuole sentire almeno cinque volte, le piace tanto e mi chiede come è possibile che abbia scritto questo pezzo, calandomi nella sensibilità femminile. Percepisco il suo cambiamento, come se le abbia trasmesso una carica dentro, una energia, una linfa di cui lei ha bisogno in quel momento. Mia è stata una delle più autentiche, viscerali e raffinate interpreti d’autore e cantautrici italiane di tutti i tempi>>.Nel 1991 scrivi il pezzo “Cu mmè”, rilanciando la canzone napoletana in veste moderna. “Cu’mme” con Mia Martini e Roberto Murolo, riscuote un successo enorme, tale da essere tradotto in varie lingue tra cui lo spagnolo, greco e brasiliano. Come nacque “Cu mmè?”… <<Mi recai in sala con Mimì per ascoltare la parte cantata da Murolo. Mimì non volle registrare subito. Era molto stanca, arrivava da Bologna. Dopo cena, Murolo chiese di andare a dormire, mentre lei volle tornare allo studio di via Toledo. Era quasi l’una, si rilassò, poi cominciò a cantare. Ma cantò un’ottava sotto. Non accadde nulla. Si arrabbiò perché pensava che quella non fosse la tonalità giusta. Fu un attimo. Diede un urlo che resterà immortale. Rimanemmo impietriti, tutti con la pelle d’oca, la sua voce aveva fatto venire un brivido da antologia. E quella fu e quella è rimasta. Ricordo che lei commentò: non toccate niente, non la farò mai più così. Era nato un capolavoro>>. Mimì che rapporto aveva con Napoli… <<A Napoli lei si rigenerava, è come mettersi sotto a un albero, lasciarsi risucchiare tutte le impurità e liberarsi da tutto il negativo che la circonda, bisogna stare attenti a quello che si dice. Con le parole si può macchiare a vita una persona>>. In che modo il brano “Cercami” è finito nel repertorio di Adriano Celentano? <<Mi sono permesso di darlo ad Adriano perché lo ritengo un artista vero, di spessore. Si è identificato sia con il testo sia con la melodia. L’ho visto più adatto a lui rispetto magari a Mina, che ha una grande voce, ma non mi coinvolge come Mimì>>. Nel dicembre 1998, annunciando l’elenco dei partecipanti al Festival di Sanremo del 1999, i giornalisti scrivono: “La vera sorpresa è costituita dalla presenza di Ornella Vanoni, che ha ottenuto in cartellone la seguente formula: ‘Enzo Gragnaniello con la partecipazione di Ornella Vanoni’… Come mai accettasti la proposta Sanremo? <<E’ stato un bizzarro l’incontro a Capri, per me che mondano non sono, in una festa a casa di amici, con Caterina Caselli Sugar e Ornella Vanoni. In casa di un amico ho incontrato Caterina, che è la mia discografica, e Ornella (c’era anche Peppino Di Capri…). Ci hanno sentito cantare insieme e il mese dopo ci hanno fatto una proposta: perché non andate al festival di Sanremo? Io non è che a Sanremo ci pensassi veramente: mi ero pure scocciato, perché non mi avevano mai preso, ma era una bella occasione per fare ascoltare la mia musica alla gente. Così è nata “Alberi”, ballata mediterranea, interpretata a ruoli invertiti: Io cantavo in italiano e Ornella in napoletano.”Alberi” parlava proprio del rapporto fra noi esseri umani e il mondo. Ma non in senso ecologico. Penso agli alberi come esseri pensanti, come parti della nostra stessa esistenza. Credo che sia stata una bella canzone e sono stato felice di condividere quella esperienza con Ornella, un’artista di rara sensibilità, con una voce che fa volare alto. Proprio come mi vorrei sentire io, un albero con le radici profonde e i rami che toccano il cielo>>. Nel 92 hai scritto una canzone dal titolo “Quartieri” cantata con la Nuova Compagnia di Canto Popolare… Tu vivi ai Quartieri Spagnoli…li vuoi raccontare…<<Io vivo ancora ai Quartireri Spagnoli, potevo vivere a Roma, a Milano, per i miei interessi artistici… Invece amo la poesia che vive tra questi vicoli, senti le urla che si trasformano in rabbia ed avverti un senso di preghiera. I Quartieri hanno un loro linguaggio. La gente, il mondo parlano dei Quartieri senza conoscerli, senza averli mai visitati. Creano pregiudizi inutili, la delinquenza esiste in ogni angolo della terra. La gente nei Quartieri è anarchica, libera, anticonformista>>. Nel 2011 un’altra tappa importante della tua carriera è il film “Radici” per la regia di Carlo Luglio, presentato anche al Festival del Cinema di Venezia… <<Un film particolare… Un viaggio musicale con in una Napoli misteriosa ed esoterica, nei suoi luoghi magici, mitologici e storici ma, anche un percorso nella città contemporanea, attraverso i suoi monumenti e i suoi quartieri più popolari>>. Nel 2015 esce “Misteriosamente”, un disco particolare? <<Ma perché viviamo in un mondo magico, misterioso, imprevedibile. Abbiamo ancora paura dell’ignoto, siamo persone che hanno perso lo stupore e in questo disco cerco di raccontare tutto quello che ho assorbito nel mio percorso artistico>>.Napoli cambia pelle, il rap prende il soppravvento…: <<Napoli deve risvegliarsi, aprire le porte a tutte le sensazioni, agli umori, non è solo un fatto letterario. In giro c’è molto rap neomelodico, troppa Scampìa, un linguaggio violento, non ci appartiene. Non c’è spessore, a parte qualche rapper come Sha-One. Io, a modo mio, è come se stessi facendo una rivoluzione, cerco di dare input per affrontare i problemi, le ansie. Ho avuto un dono, fare canzoni da distribuire come una tisana energetica. La poesia è il disinfettante dell’anima>>. Per te che significa la spiritualità nella musica? <<Spiegare l’invisibile è dura… Diciamo che quella parte di noi non va alimentata a cattive notizie, dalla spazzatura in poi. Bisogna tentare la poesia: come disinfettante, come dare acqua a una pianta>>. Gragnaniello “Napoli è la città delle razze”? <<Certo…da millenni, noi siamo figli di tanti popoli del Mediterraneo. Napoli è una città meravigliosa che sopravvive ai suoi drammi, è una città che emoziona l’anima, il cuore, intensa, difficile, ricca di energia. Io sono controcorrente, recupero le emozioni dell’essenza, che è ben diverso dal sentimentalismo. La poesia è il mio ritmo>>. Come vedi il futuro? Hai un sogno nel cassetto? <<Io vedo un bellissimo futuro, non so spiegartelo, ma vedo un bellissimo futuro. Ho sempre pensieri positivi, sogni ricorrenti, scrivo poesie, musica e canzoni.  Sono un artista rimasto un po’ sognatore, sono uno che sale sul terrazzo di casa mia per guardare il cielo per ammirare la luce delle stelle. Non ho un sogno nel cassetto, amo molto l’imprevedibilità della vita. «Adesso in giro c´è solo mediocrità. Si ostinano a finanziare la sottocultura. Bisogna avere il coraggio di sponsorizzare la poesia, la passione, la sacralità. Le cose di cui erano fatte le antiche melodie…>> Perchè, chi è Enzo Gragnaniello? «La gente, i critici, i giornalisti mi definiscono un poeta. Io sono uno che vuole la verità, che odia il sentimentalismo, detesto tutto ciò che è finto. Sono Enzo, sono napoletano verace, noi napoletani veri abbiamo un sole che ci fa le radiografie appena nati. Gli odori, i colori della natura nella mia città sono forti e violenti anche nell’animo umano. Odio essere un idolo, che male ho fatto per essere un idolo? Perché non posso essere una persona normale?»

Carlo Ferrajuolo

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