Fabiano Santacroce è cresciuto, ha 31 anni. Non è più la giovane promessa dal futuro assicurato. Ora è padre di due splendide bambine. Il suo sorriso è sempre lo stesso, la carica è dirompente come quando, poco più che ventenne, dopo un Napoli-Benfica al San Paolo (3-2, ndr), lanciò euforico la maglia azzurra verso il pubblico. La redazione di AreaNapoli.it lo ha contattato in esclusiva per fare un po’ il punto della sua vita e per capire cosa pensa della squadra di Sarri.
Fabiano, con uno come te, i convenevoli non servono, “come stai”, “come va”, è roba per persone banali. E tu non lo meriti. Andiamo subito al sodo: ti faccio un tackle, di quelli di cui sei capace da grande campione quale in tanti ti consideriamo. La domanda non è da campione, è solo cattiva: se di punto in bianco vedi il riflesso di te stesso da qualche parte, cosa pensi di te?
“Penso che vedrei una persona molto limpida e molto coerente con i miei pensieri, che sicuramente ha preso molto meno di quanto poteva prendere, ma che è riuscita a tenere i propri ideali in alto senza cadere nella tentazione di diventare il “classico” calciatore stereotipato”.
Facciamo non uno, ma tanti passi indietro. Non chissà quanti, sei comunque un ragazzo e parlare di infanzia vuol dire “l’altro ieri”. Da ragazzino sei stato impegnato anche al cinema e in alcuni video musicali di note pop-star. A carriera calcistica finita, magari l’idea di riprovarci non sarebbe male…
“(Ride, ndr). Conservo bei ricordi di quelle esperienze, ma non penso che la vita da attore possa fare per me anche se non si sa mai cosa può accadere quando smetterò di giocare a calcio. Mai dire mai”.
Ti faccio dei nomi, aggiungi qualcosa…
Reja … “gentiluomo! L’unica volta che ha sbagliato è quando non mi ha fatto giocare contro il Benfica nel match di ritorno (playoff di Europa League). Mi aveva detto che col campo pesante preferiva mettere un difensore di maggiore statura e peso, e ricordo che i goal vennero da assist fatti proprio dalla mia fascia! Glielo rinfaccio ancora adesso quando lo vedo (ride, ndr)”.
De Laurentis… “un grande imprenditore che ha saputo cogliere l’occasione giusta e che sta “s” fruttando (non è casuale la s staccata) molto bene, ha fatto un progetto strabiliante portando il Napoli a lottare continuamente per il campionato: speriamo che continui a migliorare come sta facendo”.
Lavezzi… “idolo per i tifosi come lo era per noi giocatori, è una persona fantastica ed uno dei pochi compagni che continuo a sentire”.
Cannavaro… “tutto il rispetto e la simpatia per Paolo, ma con questo cognome posso solo pensare a Fabio: un idolo. Ho avuto il piacere di allenarmi con lui in Nazionale e di ricevere da lui il complimento più bello che mi abbiano fatto calcisticamente parlando. Il mondiale di Fabio (Germania 2006. Ndr) sarebbe da far vedere continuamente in ogni scuola calcio per far capire che la passione e la voglia di vincere sugli avversari conta molto di più di qualche “elastico” e qualche “rabona”.
Lippi… “grande persona, il classico allenatore che pensa che curare il gruppo e il singolo giocatore sia molto più importante di qualsiasi altra cosa. Con i risultati ottenuti qualcuno può dargli torto?”
Ho una bellissima immagine di te che giochi a pallavolo a Jennersdorf con Marek Hamsik: uno contro uno nel campetto dietro l’Hotel del ritiro in Austria. Ho scattato delle foto di nascosto, che prima o poi ritroverò. Se torni con la mente al tuo primo ritiro con il Napoli, cosa ti viene in mente?
“Che bello, poi me le fai avere. Mi viene in mente al divertimento di quella camera. Con Marek mi sono sempre trovato benissimo ed è una persona fantastica oltre ad essere un esempio di professionalità. Ma nasconde anche un animo da “burlone” che in pochi fortunati conoscono. Marek lo sento spesso, fa parte di quei pochissimi giocatori ai quali rimarrò legato anche quando avrò smesso”.
Cosa diresti a coloro che lo criticano per i suoi alti e bassi?
“E’ un giocatore che deve essere capito e osservato bene, parliamo di uno dei più importanti centrocampisti per quello che fa e per quello che non fa. Ogni allenatore lo fa giocare perché ha una intelligenza tattica pazzesca. Dopo moltissime partite lo difendo da tanti che lo accusano di giocare spesso male, ma quando poi faccio notare determinati movimenti che innescano quelli di tutti gli attaccanti del Napoli, mi danno ragione. Sa sempre dove posizionarsi con i tempi giusti e lasciatevelo dire anche da me che l’ho marcato. E’ uno di quelli che rompe di più le scatole ai difensori avversari perché per marcare lui devi lasciare qualcun altro, e se non lo marchi lo lasci libero di fare l’ultimo passaggio. In più della metà dei goal del Napoli le azioni partono stranamente dai piedi di… sapete di chi? Proprio di Marek…”
Sei figlio di padre italiano e madre brasiliana, sei cresciuto in Lombardia: un mix eterogeneo. Cinque aggettivi (tre sono pochi) per descrivere il tuo carattere.
“Cinque aggettivi sono proprio pochi (ride, ndr). Direi solare, giocoso (è un aggettivo?), perfezionista, sentimentale, tenace”.
Due date cruciali, 5 ottobre 2008 e 26 settembre 2009: prima convocazione in Nazionale maggiore e Inter-Napoli, l’infortunio al menisco. L’inizio del sogno e l’inizio di tutti i problemi?
“Per quanto riguarda le date, sono sbagliatissime. L’inizio del sogno è stata la prima partita fatta col Napoli in serie A culminata con la convocazione in Nazionale. Per quanto riguarda i problemi, quelli sono iniziati prima dell’infortunio. Ho passato un periodo bello tosto dovuto ad una perdita in famiglia. E poi chiaramente l’infortunio ha solo messo la ciliegina su una brutta torta”.
Di recente, su facebook, in un post ho sottolineato che sei ancora oggi “un grande rimpianto per i tifosi del Napoli: un fuoriclasse mancato”. Alcuni hanno avanzato ipotesi su presunti atteggiamenti poco professionali da parte tua fuori dal campo. C’è chi ha addirittura parlato di droga e alcool. Tu sei intervenuto per spiegare la verità. Ti va dire cosa è realmente accaduto? Perché non sei diventato il nuovo Fabio Cannavaro?
“Purtroppo nel calcio ci sono parecchie dinamiche di cui un tifoso non verrà mai a sapere. Non mi sono mai drogato in vita mia perché ho avuto un’educazione molto rigida su quest’argomento, non ho mai tollerato nemmeno quegli amici che in adolescenza provavano le “canne”. Uno dei pochi effetti negativi che può dare questa città è proprio questo: c’è gente che deve inventare qualcosa pur di sentirsi felice e apprezzato. Un mio caro amico una volta aveva sentito un ragazzo in un bar che millantava di aver fatto il capodanno con me e che mi ero fumato un sacco di canne. Peccato per tale individuo che questo mio amico era proprio quello che mi aveva ospitato a casa a capodanno. Per quanto riguarda il bere, sicuramente non sono un alcolizzato: sono uscito come escono tutti i ragazzi di 20 anni con solo la domenica sera libera, ma non ho mai ecceduto come magari faceva più di qualche mio ex compagno! Sono sempre stato un ragazzo molto semplice. L’infortunio e queste continue voci su di me hanno rallentato molto la mia crescita e ho avuto parecchie annate difficili. Ti potrei anche raccontare un aneddoto…”
E cosa aspetti?
“(Ride, ndr). Era meglio se stavo zitto. Va bene, scherzo. Una volta un allenatore nuovo, in un mio primo ritiro, chiamò tutta la squadra in mezzo al campo e ci disse che si dispiaceva per i nuovi arrivati ma che lui avrebbe fatto sicuramente giocare i calciatori dell’anno prima perché lo avevano salvato. Poi vengo a sapere che non gioco perché mi drogo o mi ubriaco. Chiaramente non ti posso dire l’anno o la squadra”.
Albiol-Koulibaly, con quale dei due ti vedresti di più in coppia?
“Sicuramente con Albiol! Mi piace giocare con gente che comanda la difesa perché ti da la libertà di pensare molto di più alla fase di marcatura piuttosto che a quella del posizionamento”.
Cosa pensi di Maksimovic? Come mai non ha ancora trovato il suo spazio nonostante i 25 milioni di euro spesi dal Napoli?
“Su Maksimovic non mi esprimo, non lo conosco come giocatore e la sua è una storia che proprio non capisco nè per lui nè per il Napoli. Spero ne esca bene e a testa alta come è sempre riuscito a fare”.
Oggi sei un papà modello di due bambine: qual è il tuo sogno?
“Il mio sogno è sentir dire dalle mie figlie che sono fiere di me. Anche perché se non sarà così smetterò di giocare alle winx con loro, anche se le ali mi stanno bene (ride, ndr)”.
Magari è poco elegante, ma io voglio farti i complimenti perché un ragazzo così intelligente, schietto e disponibile non è sempre semplice da trovare. C’è un tema d’attualità che ti sta a cuore? Cosa ti piace oltre il calcio? C’è una domanda che ti piacerebbe ti fosse rivolta?
“Mi piace un sacco leggere libri e sono un amante dello sport in generale. Penso che sia importantissimo per la crescita dei ragazzi, magari un giorno potrei mettermi a fare l’allenatore dei piccoli. Sulle domande sei stato buono per fortuna (si fa per dire). Ci sono un sacco di aneddoti e storie macabre sul calcio che potrei raccontarti, ne ho viste di tutti i colori e se non fosse per il fatto che quando vedo una palla rotolare non riesco a non guardarla e a non immaginarmela fra i piedi, sicuramente non ci sarei stato in questo mondo calcistico”.
Che ricordi hai dei gol realizzati con…
“… che fai, provochi? Mai fatto un gol con il Napoli, purtroppo, altrimenti ancora oggi parlereste della mia esultanza”.
Volevo vedere se giochi ancora d’anticipo…
“Sempre…”
Se pensi ad Aprile del prossimo anno, quale classifica immagini?
“Meglio non dire la classifica per scaramanzia”.
Oltre il Napoli hai simpatia per altre squadre?
“Ero un tifoso dell’Inter da piccolo anche perché era impossibile non tifare per uno dei giocatori più forti mai esistiti al mondo: il Ronaldo vero”.
Da attento osservatore del calcio, c’è un giovane in giro in cui rivedi le tue straordinarie qualità di difensore poliedrico, reattivo nel gioco d’anticipo, coriaceo, agile?
“Oramai i difensori sono sempre più diversi dall’impostazione classica. Forse ho attraversato l’ultima generazione di marcatori puri, che seguivano l’uomo anche quando entrava negli spogliatoi”.
Ultimissima: il calciatore più forte con il quale ha giocato e l’attaccante che ti ha messo maggiormente in difficoltà.
“Il più forte con il quale ho giocato… Beh, penso Lavezzi o Zalayeta: erano di un altro livello. Al Panteron in due anni e passa di allenamento fatti assieme non sono mai riuscito a fare un anticipo, aveva gli occhi anche dietro la testa. Peccato per le ginocchia perché lui era veramente un fenomeno. L’attaccante che mi ha messo più in difficoltà è stato Crespo. Ho giocato contro Ibrahimovic, Pato, Ronaldinho, Trezeguet, Del Piero, Totti e chi più ne ha più ne metta. Li ho incontrati quasi tutti i giocatori veramente forti che hanno giocato in Italia, ma uno così scaltro in area come Crespo, è difficile trovarlo”.
Luca Cirillo – AreaNapoli.it