Napoli, il vincolo dell’indice di liquidità: limite reale o alibi per non spendere?

C’è una domanda che, nel dibattito sul mercato del Napoli, rischia di essere sommersa dalla parola magica: indice di liquidità.

Una parola che, ripetuta abbastanza volte, finisce per diventare una sentenza: non si può spendere.
Eppure le cose sono un po’ più complicate. E proprio per questo vale la pena fermarsi, mettere da parte le tifoserie e guardare i numeri.

La domanda non è se il Napoli debba rispettare le regole. Deve farlo, naturalmente.

La domanda è un’altra:

Il Napoli è davvero impossibilitato a spendere oppure Aurelio De Laurentiis sta utilizzando un vincolo reale per giustificare una politica di mercato molto più prudente di quella che la situazione patrimoniale del club gli consentirebbe?

È una differenza enorme.

Il vincolo è reale. Ma non racconta tutta la storia

Partiamo da un punto sul quale non ci sono equivoci.

La FIGC ha introdotto il Costo del Lavoro Allargato, parametro che mette in relazione il costo complessivo del lavoro sportivo con i ricavi e che può incidere direttamente sulla capacità dei club di operare sul mercato. Per la finestra estiva il parametro è stato portato a 0,70, con alcune esclusioni previste dal regolamento.

Dunque sì: esistono vincoli concreti.

Ma chiamare tutto questo semplicemente “indice di liquidità” rischia di generare una rappresentazione incompleta.

Perché avere soldi in cassa e avere spazio regolamentare per spenderli sono due cose diverse.

Ed è proprio qui che comincia il problema.

I soldi, però, ci sono

Al 30 giugno 2025 il Napoli disponeva di circa 174 milioni di euro di liquidità, con un patrimonio netto positivo nell’ordine dei 190 milioni.

Attenzione: non significa che quei 174 milioni siano un bancomat dal quale prelevare cento milioni e comprare calciatori domani mattina.

Una società deve sostenere stipendi, ammortamenti, imposte, costi operativi e rispettare tutti i parametri federali e UEFA.

Ma significa una cosa altrettanto importante:

non stiamo parlando di una società sull’orlo del dissesto che non dispone delle risorse necessarie per competere.

Il Napoli è un club patrimonialmente solido.

E questo cambia completamente la domanda.

Non dobbiamo più chiederci:

“Il Napoli ha i soldi?”

Dobbiamo chiederci:

“Quanti soldi può ragionevolmente destinare alla squadra senza compromettere la propria sostenibilità?”

E soprattutto:

“Quanto di ciò che non viene investito è imposto dalle regole e quanto è una scelta della proprietà?”

Il bilancio racconta una società solida, ma prudente

Il bilancio 2024/25 ha registrato ricavi per circa 290,8 milioni, a fronte di costi saliti a circa 315,6 milioni, con una perdita di circa 21,4 milioni. I costi del personale sono arrivati a circa 142,1 milioni.

Anche questo dato va letto senza slogan.

Il Napoli non è una società che può spendere senza limiti.

Ma non è neppure una società costretta alla sopravvivenza.

La proprietà ha costruito negli anni un modello basato sull’autosufficienza economica, accumulando patrimonio e liquidità invece di affidarsi sistematicamente a ricapitalizzazioni dell’azionista.

Ed è proprio questo modello che merita di essere discusso.

Perché la solidità finanziaria è un merito soltanto se è funzionale anche alla crescita del club.

Se invece diventa un fine in sé, allora la domanda cambia.

Il paradosso UEFA

Qui arriva il dato forse più interessante.

La UEFA impone dal 2025/26 un limite del 70% allo Squad Cost Ratio: stipendi di giocatori e allenatori, trasferimenti e commissioni degli agenti devono rientrare entro quel rapporto rispetto ai ricavi rilevanti. Le violazioni possono portare a sanzioni economiche e sportive.

Ebbene, nel monitoraggio relativo alla stagione 2025/26 il Napoli è risultato tra i club che avevano superato il 70%.

Ma non è stato sanzionato.

Perché?

Perché lo sforamento è stato compensato dal risultato positivo del Football Earnings Rule.

Questo episodio è fondamentale perché dimostra quanto sia semplicistico il ragionamento:

“Abbiamo superato il parametro, quindi non possiamo fare nulla.”

No.

I regolamenti sono molto più articolati.

Ci sono parametri, compensazioni, periodi di riferimento, ricavi rilevanti, costi ammissibili e margini di manovra.

Ed è qui che entra De Laurentiis

La critica alla proprietà, dunque, non deve essere:

“De Laurentiis può spendere 150 milioni perché ha 174 milioni in banca.”

Questa sarebbe una tesi facilmente demolibile.

La critica seria è un’altra:

“De Laurentiis sta sfruttando al massimo lo spazio economico e regolamentare disponibile per aumentare la competitività della squadra?”

Questa domanda è molto più difficile da liquidare.

Perché un conto è dire:

“Non possiamo spendere.”

Un altro è dire:

“Abbiamo scelto di non spingerci oltre perché vogliamo mantenere un determinato livello di sicurezza finanziaria.”

La prima è una necessità.

La seconda è una scelta imprenditoriale.

E se fosse la seconda, sarebbe perfettamente legittima.

Ma allora bisogna avere il coraggio di chiamarla con il suo nome.

Non sarebbe più soltanto il regolamento a decidere il mercato del Napoli. Sarebbe anche la filosofia finanziaria della proprietà.

La vera domanda che il club dovrebbe chiarire

Il Napoli dovrebbe allora spiegare una cosa molto semplice.

Non soltanto quale parametro impedisce di comprare un determinato calciatore, ma:

quanto margine economico rimane realmente dopo aver rispettato tutti i parametri?

Per esempio:

  • quanto pesa il monte ingaggi;
  • quale spazio concede il CLA;
  • quanto incidono gli ammortamenti dei nuovi acquisti;
  • quanto producono le cessioni;
  • quanto margine esiste attraverso i ricavi Champions;
  • quale margine offre l’eventuale crescita commerciale;
  • quanto della liquidità può essere destinato alla squadra senza compromettere gli equilibri finanziari.

A quel punto il tifoso potrebbe finalmente capire.

Se la risposta fosse:

“Non possiamo spendere un euro in più.”

allora tanto di cappello alle regole.

Se invece la risposta fosse:

“Potremmo investire ancora, ma preferiamo non farlo.”

allora non sarebbe più corretto parlare di impossibilità.

Bisognerebbe parlare di scelta.

Il vero paradosso del modello Napoli

Ed è qui che il modello De Laurentiis presenta la sua contraddizione più interessante.

Il presidente ha costruito un Napoli finanziariamente sano, evitando la dipendenza dalle ricapitalizzazioni e accumulando patrimonio.

È un modello che ha prodotto risultati straordinari: due scudetti, partecipazioni europee, una Champions vinta e una società che non vive strutturalmente al di sopra delle proprie possibilità.

Ma proprio perché il Napoli è diventato una realtà economicamente solida, oggi è lecito chiedersi:

a cosa serve tutta questa solidità se non viene utilizzata, almeno in parte, per alzare ulteriormente l’asticella sportiva?

Perché nel calcio esiste un costo anche nel non spendere.

È il costo dell’occasione perduta.

Un grande attaccante non acquistato può significare meno gol.

Un centrocampista non preso può significare meno qualità.

Un difensore non aggiunto alla rosa può significare perdere una Champions.

E una Champions persa può significare decine di milioni di ricavi mancati.

Insomma, anche la prudenza ha un prezzo.

Non serve accusare De Laurentiis di mentire

Ed è proprio per questo che non serve dire che De Laurentiis “racconta balle”.

Anzi, sarebbe controproducente.

Il vincolo esiste.

La normativa esiste.

Il Napoli deve rispettarla.

Ma un vincolo regolamentare non equivale automaticamente all’impossibilità assoluta di investire.

Ed è questa la distinzione che nel dibattito pubblico spesso scompare.

Il vero interrogativo è se il presidente stia utilizzando un limite regolamentare reale come scudo comunicativo per una politica finanziaria che, per sua scelta, tende a privilegiare la conservazione della solidità patrimoniale rispetto alla massimizzazione dell’investimento sportivo.

Se fosse così, non ci sarebbe nulla di illegale.

Ma sarebbe una scelta.

E una scelta, nel calcio, può essere giudicata.

La domanda finale

Per questo la questione non è:

“De Laurentiis può spendere 100 milioni?”

La domanda corretta è:

“Dopo aver rispettato tutti i parametri FIGC e UEFA, quanto potrebbe realisticamente investire ancora il Napoli nella rosa senza mettere a rischio la propria solidità?”

Finché nessuno mette quei numeri uno accanto all’altro, parlare di “mercato bloccato” rischia di essere una scorciatoia.

Perché il Napoli può essere contemporaneamente vincolato dai regolamenti e libero di scegliere quanto avvicinarsi al limite consentito.

Ed è proprio in quella zona grigia — tra ciò che non si può fare e ciò che semplicemente non si vuole fare — che dovrebbe concentrarsi il dibattito sul mercato del Napoli.

Perché forse il problema non è che Aurelio De Laurentiis non abbia i soldi.

Il problema è quanto della ricchezza prodotta dal Napoli sia disposto a restituire al Napoli stesso sotto forma di investimenti sportivi.

Commenti
avatar dell'autore
Vincenzo Letizia
Vincenzo Letizia, giornalista sportivo napoletano classe 1972, ha collaborato con numerose testate nazionali e locali, tra cui Il Golfo, Il Tempo, La Verità, Cronache di Napoli e Il Corriere di Caserta. Ha raccontato il calcio in radio e in TV, partecipando a trasmissioni come Campania Sport, Pane e Pallone, Area Azzurri e ideando format come PianetAzzurro TV. Dirige il portale sportivo pianetazzurro.it e coordina progetti editoriali dedicati all’informazione e al territorio. Accanto al lavoro giornalistico coltiva la scrittura creativa: ama il mare, la montagna, la natura e il punto esatto in cui sogno e nostalgia si trasformano in poesia.
Segui il canale PianetAzzurro.it su WhatsApp, clicca qui