In splendida forma, asciutto e tirato come un ragazzino di 35 anni pur dopo due ore abbondanti di allenamento, Kevin De Bruyne si concede con estrema onestà e senza filtri ai microfoni di Fabio Mandarini. Il «divino» del Napoli, leader tecnico e carismatico della formazione azzurra, traccia un bilancio sul suo momento di forma, analizza le differenze di gestione tra Massimiliano Allegri e Antonio Conte e proietta lo sguardo sulle sfide cruciali della stagione, tra Serie A e l’imminente gara di Champions League.
Non chiederglielo chi erano i Beatles. Ed è meglio andarci piano anche con i Fab Four nel Napoli di Allegri. Tutti in campo?
«Sinceramente non mi interessa. Sono stato in squadre piene di grandi calciatori e non capisco perché quelli bravi non debbano giocare insieme. A volte funziona e altre no. Ma è la stessa cosa con le ali o senza, con i terzini o senza. Alla gente piace inventare un sacco di storie, parlare e scrivere. Ma non è il mio lavoro, io gioco.»
La squadra è forte?
«Sì, certo. Siamo arrivati secondi, quindi siamo forti. Abbiamo cambiato giusto un paio di uomini e ci conosciamo tutti.»
Ha giocato per cinque anni con Gabriel Jesus al City: cosa potrebbe portare?
«Qualità. Qualità in attacco con la palla, nel gioco di sponda e nella manovra. Probabilmente è un profilo che non abbiamo, diverso rispetto a Rasmus o Lorenzo. Se arrivasse, potrebbe aiutarci. Anche con l’esperienza: sa come si vince. È importante, vedremo cosa accadrà.»
L’ha sentito?
«No, non mi ha chiamato.»
Oggi c’è il sorteggio Champions: le piacerebbe tornare a Manchester a sfidare il City?
«No, non mi piace giocare contro di loro. Il City sarà sempre la mia squadra, è normale, di sono stato per dieci anni. Il percorso, la scalata e le vittorie non cambieranno mai: andare lì da avversario è una cosa che non mi è piaciuta.»
Il 5 settembre c’è Inter-Napoli con KDB, Stones e Akanji: i vecchi tempi del mitico City.
«Conosco John e Manu molto bene: li vedo in vacanza e le nostre famiglie si frequentano. Sarà bello rivederli, credo siano felici ed è la cosa più importante.»
Domenica, invece, c’è Napoli-Como. Sfida Champions?
«La giochiamo entrambi e direi proprio di sì, anche se siamo solo all’inizio. Sarà una partita difficile.»
Le piace Nico Paz?
«Oh, sì. Ottimo giocatore.»
E Vergara? È una speranza dell’Italia.
«Sì, ma bisogna dargli tempo: quando sono arrivato pensavo avesse 18 anni ma ne aveva 23. In Belgio e in Inghilterra sei già titolare a 17 o 18 anni, ma qui c’è un’altra filosofia: questa sarà la sua prima stagione intera con la squadra. Antonio deve solo crescere con continuità, tutti i giorni, e giocare, giocare, giocare. Sta facendo davvero bene, ci aiuterà tanto.»
Esiste un erede di De Bruyne?
«Forse mio figlio? No, non lo so, non credo. Ognuno ha diverse doti fisiche, tecniche e una propria personalità, e pur pensando a tanti bravi giocatori è molto difficile indicare un erede.»
Cosa non ha funzionato con Conte?
«Succede, non è un grande problema: non puoi legare con tutti nella tua carriera e va bene così. Non sono l’unico, a volte le persone hanno visioni diverse del calcio. Tutto normale.»
Sa che Allegri, in inglese, si può anche tradurre così: “Happy”.
«Non sapevo.» (E sorride)
Si diverte ora?
«Mi divertivo anche l’anno scorso: voglio godermi la vita e gli ultimi anni di carriera. Se non mi divertissi, smetterei e sarei felice di fare cose diverse. Non gioco per soldi o per altro, ma solo perché voglio e perché mi diverte. È l’unico motivo. Eppure ascolto tante sciocchezze…»
Le piace il nuovo progetto e il nuovo allenatore?
«Sono arrivato da venti giorni ed è cambiato tutto, non voglio fare un’analisi in così poco tempo. Però direi che abbiamo cominciato bene e mi sento bene anche io, tanto che ho iniziato a giocare subito.»
Il Napoli può ambire allo scudetto?
«Credo di sì, ma se guardo la rosa e gli acquisti credo che l’Inter sia la prima favorita. Noi siamo lì con le solite sei o sette squadre, tutte vicine in ordine sparso. Credo che alcuni club investano un po’ più di noi, quindi sarà di nuovo una corsa difficile.»
Tutto nasce dal discorso in Belgio sul gioco della squadra e sull’addio di Conte.
«Non ha molto senso parlarne, ma se mi fanno una domanda sono onesto. Scelgo sempre la verità: mi piace giocare un bel calcio e l’ho detto anche prima di arrivare. Non cambierò mai chi sono, è ciò che mi rende il giocatore che sono. Sono io.»
Torniamo al presente: ha già colto una differenza tra Allegri e Conte?
«Conte è molto rigido, più focalizzato sul rapporto professionale, Calcio, calcio, calcio. Pensa solo al calcio. Non c’è connessione personale con i giocatori. Allegri invece è un po’ più sciolto, più informale, e da quanto ho potuto vedere cura di più il legame personale. Ogni allenatore è diverso dall’altro e io ho lavorato con tanti allenatori diversi.»
Le piace vivere a Napoli?
«A volte. Ma a volte mi manca la privacy. Il così e devi conviverci. Ci sono cose bellissime, c’è vita e la gente è molto simpatica. Ma in certi casi è molto difficile uscire e io ho una famiglia e devo fare una serie di cose. Aspetti positivi e meno, come in ogni posto in cui vivi.»
Ha trovato il suo posto napoletano del cuore?
«Amo la mia casa. Il mare è vicino e durante l’anno vado in spiaggia. Faccio molte passeggiate. Poi ho tre figli: quindi scuola, calcio, cavallo, ginnastica. Faccio il tassista. E quando la famiglia torna a casa, giochiamo. Mi piace fare il padre.»
Cosa vede nel suo futuro?
«A volte pensi di smettere oppure di giocare altri cinque anni. A 35 anni puoi valutare di stagione in stagione a seconda di come ti senti e delle sensazioni. Per me è importante divertirmi, stare bene e che la mia famiglia sia felice.»
Sarà il suo ultimo atto con il Napoli?
«Dipende. Per ora ho un’opzione per un altro anno e non c’è fretta di parlarne. Come ho detto, voglio essere felice, la mia famiglia deve essere felice e il club deve essere felice. Vedremo a marzo o giù di lì.»
Ha sentito Lukaku?
«Abbiamo parlato al Mondiale, non da quando è partito. È business, lavoro, a volte bisogna capire le situazioni.»
Dopo dodici anni e quattro Mondiali lascerà la nazionale belga?
«No, non credo, ma giocherò sarà al massimo per un altro paio d’anni. Ho sentito il nuovo ct, ne parleremo: se mi vogliono ancora, mi metterò a disposizione per aiutare la squadra a crescere. Ma il mio ruolo cambierà: ho trascinato il Belgio per sedici o quattordici anni, credo sia giunto il momento di dare un contributo diverso. E poi, potrò dire lentamente grazie.»
Il quadro tracciato da Kevin De Bruyne sintetizza appieno la maturità professionale di un campione capace di incidere tanto con le sue giocate sul campo quanto con la compostezza e il realismo delle sue parole. La centralità all’interno dello scacchiere del Napoli, l’approccio equilibrato alla gestione tecnica e un legame solido con la città rappresentano i pilastri su cui si fonda la stagione azzurra. Gli impegni imminenti e le scelte future definiranno le prossime tappe di una carriera già consegnata alla storia del calcio internazionale.