Tutto inizia il 2 agosto del 2002, sul panfilo dei fratelli Della Valle all’àncora in Costa Azzurra. Stretta di mano fra patron Diego e l’allora sindaco di Firenze Leonardo Domenici che con l’assessore allo sport Giani avevano ottenuto l’iscrizione in C2 di una squadra, denominata Florentia Viola e garantendo un capitale sociale di 7,5 milioni di euro gli imprenditori marchigiani presero possesso dell’urna funeraria della fu Fiorentina. Di fatto comprano..niente. Non l’antico nome, non i trofei, non i colori, presi successivamente (duecentomila euro) praticamente all’asta fallimentare. Un niente che però già in C2 porta al Franchi diciasettemila abbonati. Le nuove radici si chiamano Giovanni Galli ds, prima Vierchowod e poi Cavasin allenatori, Di Livio capitano, Riganò bomber. Un anno in C2, salto della C1, una B tormentata chiusa con il sesto posto e lo spareggio con il Perugia. Con il ritorno in A la Fiorentina, secondo i propositi annunciati e ribaditi più volte finora da Diego e Andrea Della Valle, imprenditori capaci di realizzare abitualmente quanto si prefiggono, taglia il primo traguardo. E lo fa con un anno di anticipo rispetto allo slogan (<In tre anni in serie A>) che i due fratelli avevano lanciato nel giorno del loro arrivo. Altri obiettivi comunque contiene il nuovo progetto viola, a partire da quello di rendere la Fiorentina un vero e proprio modello calcistico dove sportività, buon calcio, bilanci sani, creatività sotto forma di iniziative, marketing e merchandising (in modo che la società possa camminare anche con le proprie gambe senza continue trasfusioni finanziarie) riescano ad andare sempre a braccetto. Nell’anno del ritorno in A i massimi dirigenti viola rivoluzionano la squadra varando una scintillante campagna-acquisti che, con un investimento di ben 27,5 milioni di euro (come nessun altro club in quell’anno) porta 12 nuovi giocatori fra i quali sei nazionali: Hidetoshi Nakata, Martin Jorgensen, Christian Obodo, Fabrizio Miccoli, Tomas Ujfalusi, Giorgio Chiellini, proveniente dalla Juve. Ma la stagione sarà terribile. In lotta per non retrocedere la Viola si salva all’ultima di campionato. Ma le scorie diventeranno l’incubo dei Della Valle, finiti un anno dopo nelle sabbie mobili di Calciopoli.
RINASCITA. Diciamo che con il ritorno in A finisce la prima era-Della Valle. L’anno successivo rivoluzione: arrivano Prandelli e Corvino. Anni di investimenti e sogni. Campioni, successi e la voglia del gran colpo: la Cittadella dello sport. Ma proprio a Firenze nascono i primi intoppi, quello che Diego Della Valle chiama il Partito del non fare, i rosiconi, la parte imprenditoriale cittadina non aiuta gli industriali marchigiani. C’è anche battaglia per imporre una linea ferrea comportamentale: se ci sarà violenza, avverte Diego, i Della Valle se ne andranno. Rifiorisce il progetto, Fiorentina prima in Uefa e poi due volte in Champions. Nel mezzo il processo di Calciopoli e le battaglie politiche e giuridiche. Fino alla rottura con Prandelli, reo secondo Diego di aver intrapreso rapporti con Bettega, con la grande nemica bianconera. Rottura, Cesare ct e Diego che lascia la presidenza e la gestione della Fiorentina ad Andrea. Nuova crisi, ancora la B a un passo, salvezza con Vincenzo Guerini allenatore e con un nuovo patto con il tifo.
E’ il tempo di Andrea sempre più in primo piano, il tempo della rinascita con Pradè e Montella, di nuovo in Europa, di nuovo a fare spettacolo. Restano le antiche battaglie, con la Fiat-Juve, con la Lega, con il calcio che non cambia. Ma il Franchi è di nuovo pieno e il primo trofeo è davvero vicino, la finale di Coppa. E un sogno: il terzo scudetto viola.
Le rivoluzioni si fanno dal basso: e in quel sottoscala, né un filo d’aria e né di luce, spuntò Aurelio De Laurentiis. Ciak, si girò pagina: e non c’erano – apparentemente – orizzonti da inseguire, né percorsi prestabiliti; ma un futuro fuligginoso d’una estate avvelenata dal fumo d’una ottantina d’anni in fiamme. Dov’eravamo rimasti? L’agosto del 2004, il caldo opprimente, il cielo infuocato e gli echi d’una rivolta (silenziosa) d’una città bruciata dentro: la Storia finiva lì, a Castelcapuano, tra i roghi (mica simbolici) del Fallimento, le ceneri d’un club scomparso dalla mappa, la cruda disperazione di sei milioni di tifosi sparsi nel mondo, le uova lanciate su Carraro e buchi ovunque nei bilanci ormai consegnati alla Curatela. Rinascere fu un capolavoro imprenditoriale, però quell’idea era in gestazione e non poteva scorgersi (allora) il mutamento genetico d’una società che avrebbe puntato in alto senza compromessi, riscrivendo la contrattualistica a modo suo, demolendo l’abitudine di concedere i diritti d’immagine ai calciatori, sposando il fair play finanziario, importando dunque un modo nuovo di fare football ed andando a scavare in fondo al sacco dei diritti tv per cogliere nuova linfa per il movimento.SCACCO MATTO. Il sistema rovesciato in dieci anni è nella evoluzione della specie d’un Napoli che esce dalla normalità nella quale è stata costretta dai limiti del suo stesso status, dalle difficoltà (perenni) di una economia che inevitabilmente si riflette sul calcio: lo scudetto – e dunque la belle epoque – sono racchiusi nel settennato di Maradona, in quel filone aureo spigionato dalla coscienza tecnica più elevata che sia stato generato: altrimenti, c’erano – e ci sarebbero state – vampate occasionali, l’era di Lauro, qualche coppa, poi l’oblio.
E’ NATA UNA STAR. Il Napoli del Terzo Millennio è entità concreta, stabilmente in lotta tra gli eletti, s’è preso due volte il palcoscenico della Champions, insegue i preliminari di quell’Europa che trascina tra le stelle, ha goduto d’un capocannoniere come Cavani – centoquattro reti in tre stagioni – s’è accomodato al tavolo delle Grandi, ha rotto gli argini (quasi un embargo strutturale, socio-calcistico) ha acquistato dal Real Madrid e dal Liverpool, ha espresso una sua filosofia vincente nel primo quinquennio (quella con Marino alla direzione generale) e un’altra ne ha sviluppata successivamente, che stavolta attraverso Benitez e Bigon insegue una dimensione ancor più universale ed una legittimazione definitiva che accresca (eventualmente, ulteriormente) il quadriennio di Mazzarri, passato a inseguire a Milano.
NESSUNA RITROSIA. Dieci anni per partire da zero, dal nulla, e poi ritrovarsi con investimenti (non il saldo, ovviamente) di trecento milioni circa, una massa di danaro (enorme) per essere competitivi, passando dalle scoperte di Lavezzi ed Hamsik, alle succose sfide per avere Cavani, all’entusiasmante blitz per portarsi al san Paolo Higuain e Reina, alle scommesse (alla distanza vinte) con Fernandez e pure con Henrique, Jorginho e Ghoulam. E via via sono state rimosse barriere (inevitabili all’epoca) che hanno elevato il tetto degli ingaggi: dieci anni fa, e non sembri ieri, lo scenario raggelante per quella città da sempre con la testa nel pallone era appiattito sulla riformulazione d’una esistenza, sull’esigenza vitale di darsi almeno un corpo; poi è venuta fuori l’anima e s’è compreso il progetto, in genere un abuso linguistico, stavolta un concetto concreto e moderno modulando la propria filosofia aziendale e adeguandola alle esigenze.
Fonte: Corriere dello Sport