MILANO – ”Ancora mi diverto ad allenarmi, a correre e a giocare. Finché c’è la passione c’è tutto. Quando tutto questo verrà meno allora, tra poco, smetterò”. Francesco Totti, vincitore dell’edizione 2014 del premio “Il bello del calcio”, dedicato a Giacinto Facchetti e organizzato a Milano dalla Gazzetta dello Sport, ammette che non è lontana la fine della sua carriera, tutta nella Roma a costo di non vincere scudetti e coppe quanti avrebbe sognato.
”POCHI TROFEI? LA ROMA VALE DI PIU”’ – Ripercorrendo la sua carriera, Totti, 38 anni, non ha alcun rimpianto. Nemmeno quello di aver declinato offerte milionarie (su tutte quella del Real Madrid), che gli avrebbero permesso di arricchire la bacheca personale dei trofei e, chissà, di vincere il Pallone d’Oro: ”Per un calciatore è importante vincere trofei, lo è anche per me. Ma ho la fortuna di aver giocato sempre con la stessa maglia e sono contento lo stesso, forse di più. Il problema di Roma – aggiunge il capitano giallorosso – è che si pensa troppo ai giocatori importanti che a vincere trofei”.
LA ‘CRISETTA’ – Parlando del campionato e della corsa allo scudetto, Totti racconta l’attuale situazione della Roma, apparsa meno brillante rispetto all’inizio di stagione: ”Abbiamo avuto una piccola “crisetta”, può succedere perché niente è perfetto. Speriamo di averla superata, la stagione è lunga e vogliamo toglierci delle grandi soddisfazioni”. Sabato prossimo c’è Lazio-Juventus, il numero 10 giallorosso scherza: ”Qualsiasi risultato va bene. Diciamo che chiuderò gli occhi…”.
IL DECLINO DEL CALCIO ITALIANO – Sulla crisi del calcio italiano, Totti dice la sua: ”Dopo il Mondiale vinto nel 2006 è iniziato il declino, spero che ci si possa rialzare perché il nostro calcio e la storia dei nostri club lo meritano”. Infine, il commento sui brutti episodi (lancio di fumogeni e scontri fuori San Siro) capitati durante e dopo Italia-Croazia a Milano: ”Dobbiamo riportare le famiglie allo stadio, soprattutto i bambini. Lo stadio deve essere un divertimento, uno sfogo, vedere il calore che ci tramettono i bambini ci dà anche a noi in campo una motivazione in più per giocare anche meglio. I miei figli vengono spesso allo stadio ma a volte mi dicono: ‘ho paura, non vengo allo stadio’. Purtroppo è la verità”.
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