Un romanzo popolare scritto in provincia: aneddoti innaffiati dal lambrusco. Quando il ragazzino Fabio Capello arriva a Ferrara per cominciare una carriera che lo porterà a vincere tutto, da calciatore prima e da allenatore poi. Ad accoglierlo, a plasmarlo nella Spal c’era Gibì Fabbri, maestro di calcio, come oggi se ne vedono pochi. E il giudizio non risente della retorica del ricordo. Le tute erano felpate, con l’elastico a stringere le caviglie, l’unica scritta (enorme) era formata da quelle enormi lettere S-P-A-L cucite a mano e destinate a logorarsi presto.
A lezione da Gibì: ogni allenamento valeva più di un corso a Coverciano. E non è un caso se da quella squadra sono venute fuori generazioni di allenatori: Reja ancor prima di Capello, allievi di chi mai ha voluto essere un professore. Neppure quando, da artigiano, costruì un gioiello a Vicenza, la patria del gioiello. La pietra più preziosa si chiamava Paolo Rossi, o meglio Paolorossi, non ancora Pablito. Era un ragazzino che alla Juventus era stato martoriato dagli infortuni. Un’operazione al menisco poteva costare una carriera, figurarsi due…
Il futuro Pablito a Vicenza venne quasi riprogrammato: da ala destra a centravanti, supercannoniere che a Torino sarebbe tornato attraverso un cammino un po’ tortuoso, poi sublimato dal mondiale vinto in Spagna nell’82. E il ringraziamento fu per Gibì, maestro che aveva ripreso il suo giro d’Italia, preferendo sempre la penombra ai riflettori accecanti. Centro di gravità sempre Ferrara, l’unico posto dove è ripassato più volte, attirato da forze impossibili da dominare. La notizia della sua fine ha obbligato a riaccenderle quelle luci, per un giorno. Il modo più sincero per celebrare un grande signore del calcio.

