La scommessa di Gattuso: ”Adesso il mio Milan è il Pisa”

PISA – Trecento tifosi in un mezzogiorno d’estate, per riattizzare i sogni sopiti di una città. Non è successo in serie A per un centravanti straniero, ma in Lega Pro, a Pisa, per la presentazione del neoallenatore Rino Gattuso, in contemporanea con quella del nuovo proprietario. Fabrizio Lucchesi, ex dg della Roma dell’ultimo scudetto e pigmalione dell’Empoli di Spalletti, ha fatto il grande passo: da dirigente di club a patron. E per rilanciare il Pisa nobile decaduto, ha scelto appunto il più sanguigno tra i campioni del mondo del 2006. Il quale, conscio delle aspettative di una piazza da troppo tempo a digiuno di grande calcio, ha accettato con entusiasmo la proposta, evitando però i proclami. “Serve il lavoro, non le parole. Adesso il mio Milan è il Pisa”. Reduce da tre esperienze in chiaroscuro con Sion, Palermo e Ofi Creta, a nemmeno 38 anni è un mister giovane e carico di entusiasmo, ma già scafato e disincantato.

Il campione del mondo Gattuso su una panchina di Lega Pro, dopo averne rifiutate almeno altre 10 anche importanti in 6 mesi, tra serie B e campionati stranieri di vertice, da Mosca in giù: perché?
“Perché al Pisa ho trovato motivazioni forti, proprio quelle che cercavo. Perché la garanzia di potere lavorare seriamente conta più della categoria. E perché ho la fortuna di potere scegliere il dove e il come: non ho assilli economici. Per me la cosa più importante è un’altra: lavorare con dirigenti seri e con programmi concreti. I castelli di chiacchiere prima o poi crollano sempre”.
A che cosa allude?
“Al calcio italiano in generale, anche se non è che all’estero siano rose e fiori. Da noi si salvano pochissime società. Il resto è un groviglio di affarismo e cialtroneria. La maggioranza dei presidenti pensa a guadagnare attraverso il mercato e i diritti tv e ad aggiustare i bilanci, non a fare crescere buoni calciatori e a rispettare i tifosi. Finire in certe piazze a fare da parafulmine col mio nome sarebbe stato un suicidio”.
Perché Pisa dovrebbe fare eccezione?
“Pisa non è una città qualsiasi. È uno dei luoghi simbolo dell’Italia. La piazza calcistica è caldissima, nei play-off per la B lo stadio era pieno e l’Arena Garibaldi non è certo uno stadietto. La società ha una grande tradizione: non devo ricordare io i tempi di Anconetani, di Dunga, di Berggreen, di Simeone e di Ventura. Ma, soprattutto,  qui c’è un progetto vero e serio: è stato quello a conquistarmi”.
Altri neofiti illustri come lei hanno aspettato e trovato la grande occasione.
“Perché, scusi, questa che cos’è? Lucchesi è un dirigente molto preparato e una persona seria. Vuole la crescita parallela della squadra e del club, inteso anche come azienda: condivido questa impostazione. E mi lusinga il fatto di sentire tanta fiducia da parte di chi ha lanciato tecnici come Spalletti e Di Francesco”.
A Carrara, un mese fa, lei sembrava già in panchina: aveva scelto ritiro e giocatori. Poi tutto è sfumato all’ultimo istante.
“E’ andata come è andata, non ha senso tornare sul passato”.
Non sarebbe stato meglio accettare il ruolo di secondo di Mihajlovic e magari tornare in famiglia, in questo Milan di nuovo ambizioso?
“Il Milan ha fatto un buon mercato ed è partito bene, sono ottimista. Sinisa mi contattò quando sembrava vicino al Napoli. Mi ha fatto piacere, non lo nego. Ma Io volevo continuare sulla strada che ho iniziato. La gavetta è necessari. L’esperienza si fa soltanto sul campo: Sion, Palermo e soprattutto Creta non sono state tre passeggiate. Anche a mie spese e anche sbagliando, ho imparato parecchio”.
Che cosa, in particolare?
“A frenare l’impulsività. Ad essere più disincantato. A mettermi a studiare l’inglese. A capire che l’allenatore non può fare anche il presidente, il direttore generale, l’organizzatore, il magazziniere. All’Ofi era così, per necessità. Ma poi il club è fallito lo stesso”.
Che effetto le ha fatto il dramma della Grecia?
“La crisi greca l’ho toccata con mano e non parlo dello stipendio al quale avevo ovviamente rinunciato, ben prima di dimettermi. I tifosi dell’Ofi mi rivolevano per la ripartenza dalla terza serie, segno che qualcosa di buono ho lasciato. Se penso a quei mesi, mi viene in mente la solidarietà tra le persone, che in questi casi è l’unica via d’uscita. E ai giocatori che, quando arrivava qualche soldo, facevano la spesa al supermercato felici come a Natale. Esiste anche un calcio di periferia, meglio non scordarselo”.
La periferia  può indurre alla ricerca di guadagni illeciti: la Lega Pro è il terreno più fertile in materia.
“Su questo bisogna essere inflessibili e durissimi. Personalmente l’ho già dimostrato in Grecia, mettendo fuori rosa chi non mi convinceva. I requisiti per giocare nel Pisa non dovranno essere soltanto tecnici, ma anche e innanzitutto morali”.
La credibilità dei campionati, con i calendari rinviati in attesa di giudizio, è sempre più bassa.
“La sola idea che si possa vendere una partita mi avvelena. Mi ferisce ancora il fatto di essere stato sfiorato dal sospetto, durante l’inchiesta di Cremona. Per quella storia persi la possibilità di allenare in Championship, a Londra. Poi sono stato prosciolto, ma ero stato sbattuto ingiustamente e assurdamente  in prima pagina. Parliamo di calcio vero, per favore”.
Anche Lippi e Allegri partirono dalla serie C, in Toscana: qual è il suo obiettivo personale?
“L’accostamento mi onora. Ma non mi va di fare chiacchiere a vanvera o di proclamare che andremo facilmente in serie B. Dobbiamo prima di tutto completare la rosa, servono rinforzi. Io mi devo concentrare sul lavoro e non sulle parole vuote”.
La sua promessa?
“Che lavorerò tantissimo: per valorizzare il maggior numero possibile di giovani e per offrire un gioco che invogli la gente a seguirci: si parte dal 4-3-3, voglio una squadra aggressiva e capace di giocare in verticale e in profondità. Non ho paura di ripartire dalla Lega Pro. Non ho paura delle sfide, mai avuta. Ho un contratto di due anni, non mi sento uno di passaggio. Il mio Milan, lo ripeto, è il Pisa. Giudicatemi sul campo”.

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Protagonisti:
gennaro gattuso
Fonte: Repubblica

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