Una vita per il Milan: 25 anni senza il genio di Ugo Tognazzi

“Se una donna ha deciso di smammare allora bisogna fare un po’ i brillanti, presentarsi a centrocampo e salutare…”. Il Basletti di “Romanzo popolare” nasceva dalla penna degli sceneggiatori Age e Scarpelli e dall’ironia malinconica e vernacolare di Beppe Viola ed Enzo Jannacci, che compose la colonna sonora del film di Mario Monicelli uscito nel 1974, con la struggente “Vincenzina e la fabbrica” (“Zero a zero anche ieri ‘sto Milan qui, ‘sto Rivera che ormai non mi segna più, che tristezza, il padrone non c’ha neanche ‘sti problemi qua…”).

Ugo Tognazzi alias Giulio Basletti, operaio sulla cinquantina e sindacalista convinto, milanista nel midollo, sposa la giovanissima Ornella Muti (Vincenzina) che lo tradirà con il bel poliziotto pugliese Giovanni (interpretato da Michele Placido) mandando in frantumi la proverbiale “civiltà” del marito (“guarda che io sono più terone dei teroni!”), lui che nell’anonimo palazzone di questa fumosa e grigia periferia milanese era chiamato a sistemare situazioni al limite del grottesco, come la “fuitìna” con un hippy della figlia di un vicino, malintenzionato (il mitico caratterista Pippo Starnazza), anche lui del club “Settembre rossonero”. “Ma come, ti abbiamo dato un lavoro, un’educazione settentrionale, e al momento della verità salti fuori con la vendetta personale, con la violenza? Ma dico, vogliamo scherzare? Uè, siamo negli anni ’70…”.

Lo Zamora di Porta Vittoria. Tognazzi se n’è andato a 67 anni il 27 ottobre del 1990, in piena guerra del golfo e con Arrigo Sacchi sulla panchina del Milan campione d’Europa. Da ragazzino era per tutti “lo Zamora di Porta Vittoria” (“da portiere ebbi i primi veri applausi della mia vita”), che sembrava il titolo di uno di quegli sketch che portava in tivù con Raimondo Vianello nell’Italia spaesata del dopoguerra. Quando da Milano tornò a Cremona, e dalla porta fu spostato a mezzala e poi alla tribuna, fondò addirittura una squadra – all’insaputa del calciatore – pur di tornare a parare, la “Bonizzoni Calcio”, convincendo poi il terzino del Milan (appunto Luigi Bonizzoni) a regalargli magliette, scarpini e un paio di palloni. Da attore di teatro organizzava amichevoli con le altre compagnie in giro per l’Italia, “scritturava” con Vianello i ballerini non tanto per quanto fossero bravi sul palco, ma purché sapessero prendere a calci una palla.

Ultimo minuto. Al cinema è stato anche un direttore sportivo, un mix tra Italo Allodi e il primo Luciano Moggi, in “Ultimo minuto” di Pupi Avati (1987). Questo Walter Ferroni, che gestisce una  provinciale di serie A, barcamenandosi tra metà classifica e la zona retrocessione in un ambiente malato, popolato da giocatori corrotti e presidenti senza scrupoli. La passione per il calcio sarà anche la sua rovina economica, ma il vecchio intuito non ancora sopito lo aiuterà a scoprire un campioncino che gli farà ritrovare una speranza.

Come se fosse antani. Tognazzi fu veramente milanista dalla nascita. La leggenda vuole che il padrino di battesimo legò un nastrino rossonero alle sue parti basse prima della cerimonia. “Il Milan per me è stato prima la mamma, poi la fidanzata e poi la moglie – disse in un’intervista -, la moglie si tradisce e quindi il tradimento c’è stato. Quando la Cremonese è passata in serie A non potevo non partecipare ai trionfi cittadini, ero innamorato, mi dividevo tra moglie e amante con grande imbarazzo quando giocavano fra loro. Poi la Cremonese è tornata in B e ho abbandonato quell’amore impossibile”. E se gli chiedessimo del Milan di oggi? “Tarapìa tapioco. Prematurata alla supercazzola o scherziamo?”

Fonte: SkySport

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