Pacileo, il signore del giornalismo che rese lo sport elegante e colto

giuseppe-PacileoSi è spento ieri, a 84 anni, Giuseppe Pacileo per quarant’anni prima firma sportiva de «Il Mattino», uomo di cultura, di vasti interessi musicali e letterari, nella sua biblioteca più di duemila libri, una collezione di cinquemila nastri di musica lirica e sinfonica, introvabili dischi in vinile.

Lascia la moglie Bianca e il figlio Angelo. Gli è stato fatale un arresto cardiaco. Oggi, la camera ardente nella cappella dell’ospedale Cardarelli sarà aperta fino alle ore 17.

Peppino è stato un collega carissimo per tutti noi, un signore dall’aspetto ottocentesco nei suoi ultimi tempi, i capelli raccolti sulla nuca, gli occhiali per la sua vista sempre precaria, il tormento che l’ha accompagnato sin dagli anni Settanta. Aveva preso a seguire le partite dalla tribuna stampa con un binocolo da teatro. Le traversie fisiche, accentuatesi negli ultimi anni, non l’hanno mai fermato nel suo lavoro di giornalista appassionato, puntuale, meticoloso. Guardava al calcio con un signorile distacco. Capace di un finissimo humour, lo usava per condire deliziosamente i suoi resoconti. Le sue cronache non erano mai banali.

Abbiamo condiviso con lui tante trasferte al seguito del Napoli. Erano viaggi che ci arricchivano sul piano professionale e umano. Peppino aveva un aplomb irresistibile. Imparò il tedesco e il russo quando si trattò di andare alle Olimpiadi di Monaco 1972 e a quelle di Mosca 1980. La padronanza della lingua del posto lo rendeva estremamente popolare. Spopolò soprattutto a Mosca dove lo invitarono a un viaggio sulla Transiberiana. Sul lavoro era di una precisione assoluta. Non si lamentava mai dello spazio che avrebbe avuto sul giornale, lungo o meno lungo che fosse. Spaccava al millimetro il dosaggio delle righe. Successe un putiferio quando diede 3,5 in pagella a Maradona dopo una partita a Udine. Obiettivo e caustico all’occorrenza, non si faceva condizionare da niente e da nessuno. Sincero e immediato in ogni circostanza.
Siamo stati in giro per l’Europa sulla Rover due litri che era il suo orgoglio, sempre messa a punto per ogni trasferta. La Rover era estremamente elegante, super accessoriata, di colore marrone scuro, imponente, e aveva a bordo un impianto stereo e una riserva di musicassette degna di un negozio Ricordi. Le musicassette erano una selezione di brani sinfonici curata personalmente da Peppino. Facemmo viaggi-record raggiungendo una volta, senza una sosta, il Lussemburgo dove giocava la nazionale. Con la Rover scorazzammo sulle autostrade tedesche per i Mondiali di calcio 1974. Con la Rover avemmo anche un incidente sull’Autostrada del Sole, all’altezza di Frosinone, una curva maledetta in una sera di pioggia, dopo una partita del Napoli a Roma.

Peppino Pacileo era stato in gioventù portiere di calcio da spiaggia. Ci raccontava con gusto le sue gesta calcistiche non proprio memorabili e ne ridevamo insieme. Parlava col personalissimo stile con cui scriveva, la frase sempre originale, condita di trasgressioni dialettali napoletane di irresistibile efficacia. Per la sua amabilità è stato un fantastico compagno di lavoro per tutte le componenti del giornale, a partire dai tipografi (quando c’erano). Quando giungevano in tipografia le sue cronache sportive, i tipografi facevano a gara nel volerle “comporre” al tempo delle linotype e si strappavano i fogli di mano per leggerle.

Alla storia del Napoli ha dedicato un preziosissimo libro edito da Edi-Grafica nel 1977. La ricostruzione di partite, personaggi, giocatori, presidenti, allenatori, campagne-acquisti, con aneddoti originali, è accompagnata dal suo stile inimitabile, da annotazioni ironiche, da ricordi personali. Con Pietro Gargano ha scritto un altro gran bel libro sul Napoli sino agli anni di Maradona. È stato “inviato speciale” de “Il Mattino” non solo al seguito del Napoli, ma in tutte le manifestazioni sportive di rilievo, olimpiadi e campionati del mondo di calcio. Prima di scrivere i suoi resoconti metteva in ordine il taccuino degli appunti e, solo dopo essersene sentito padrone, cominciava a picchiare sui tasti della “portatile” con lo stesso garbo che contraddistingueva le sue cronache. Si rifiutò di usare il computer quando fu indispensabile per accelerare il lavoro. Continuò a scrivere sulla “portatile”, fedelissima e divertita compagna del suo lavoro.

Ci mancherà molto. Ma era da tanto tempo che soffriva per acciacchi vari, per le molte medicine che era costretto a ingurgitare, per le complicazioni che hanno accompagnato il suo stato di salute. Si era aggravato negli ultimi venti giorni. Alla fine, il cuore non ha retto.

Ciao, Peppino. È stato bello lavorare con te. È stata bella la vita che abbiamo fatto per un mestiere al quale hai dedicato tanto, la tua fantasia, la tua signorilità, la tua professionalità, ma anche e soprattutto la tua lealtà e il tuo coraggio.

ilmattino

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