Non chiamatela più “coppetta”: grandi sfide e successo di audience tv e pubblico

ROMA – Più del campionato, più della Champions League. La piccola e modesta Coppa Italia tiene il calciomane incollato al divano e gli fa riscoprire il calcio gratuito in TV.  Già, gratis, visto che per vedere il calcio live oggi devi pargarlo fino all’ultimo gol, fino all’ultima dichiarazione, fino all’ultima moviola. Ma la vecchia e bistrattata Coppa Italia no, sta perfettamente dentro il canone pagato con la bolletta della luce. In pratica ti è dovuta come la corrente elettrica. La piccola, modesta e sempre snobbata coppetta nazionale riporta pure, in media, circa 30.000 spettatori per ogni partita allo stadio. E per di più in queste notti a cavallo di gennaio e febbraio: non propriamente il massimo della comodità. Ma per la Juve, il Milan, la Roma, l’Inter e il Napoli si fa tutto.

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Semifinali e calendario –   All’improvviso la Coppa Italia diventa calcio vero, importante, addirittura di lusso. In semifinale sono arrivate Juventus-Napoli da una parte e Roma-Lazio dall’altra. Partite di fuoco tali da comportare anche problemi di organizzazione, di ordine pubblico e di calendario. Che diventa un percorso di sopravvivenza. Nella settimana che va da martedì 28 febbraio a martedì 7 marzo il Napoli incontrerà la Juventus in Coppa Italia, la Roma in campionato e il Real Madrid in Champions League (ritorno).
  E’ rimasta fuori, con grande scorno, Milano. La ex capitale del calcio italiano ha perso la possibilità di risollevare con un trofeo annate tristi e depresse. Il Milan non ha certo snobbato l’impegno essendo andato a sbattere a Torino contro la Juve, ma l’Inter di Pioli ha sbagliato parecchio contro la Lazio, buttando alle ortiche un’occasione d’oro. Peggio per loro.
 
La formula sbilanciata a favore delle big – La Coppa Italia va, ma bisogna anche dire che la formula, ormai la stessa da quasi un decennio, favorisce sfacciatamente le grandi squadre a svantaggio delle piccole di B, di Lega Pro e addirittura di serie D che entrano in competizione dall’inizio. Ma che sono destinate ad essere tritate. Da noi non c’è la stessa poesia del calcio inglese dove il Sutton e il Lincoln City stanno andando avanti facendo scherzi incredibili.   No, le big italiane entrano tardi e giocano per di più in casa, ci manca solo che diano loro pure un gol di vantaggio. Lo ha constatato anche il Cesena, che ultimo pesciolino piccolo rimasto, è stato inghiottito all’Olimpico e rimandato all’inferno con un rigore dubbio e fischiato pure al 96’. Lo avessero fatto a parti invertite o ad altri chissà cosa sarebbe successo…
 Dunque formula a eliminazione diretta per intero, niente gironi tipo Champions che allungano inutilmente il brodo. Ottavi e quarti a partita secca, semifinali andata e ritorno. Formula clamorosamente e spudoratamente sbilanciata, ma che tiene in ballo i maggiori bacini di tifosi. Chiaro no?
  
Il fattore Juventus – Perché è diventata così terribilmente importante la Coppa Italia? Perché in campionato vince sempre la Juventus dominatrice in questi anni, perché in Champions e in Europa League è difficile vincere, se non addirittura impossibile. La Coppa Italia a questo punto diventa assai più importante del trofeo di consolazione – detto volgarmente finora il “portambrelli” – che è stato fino a qualche anno fa. La Coppa Italia diventa l’unico possibile trofeo da vincere. Con la formula ad eliminazione diretta la Juve non ha possibilità di scappare in fuga. Se non fosse che la Juventus – dopo ben 19 anni senza conquistarla – ha preso il vizio di vincere pure questa (2016 e 2015). Nel periodo dei 5 scudetti Juve hanno vinto 2 volte il Napoli, una la Lazio, e due volte la Juve appunto. Però insomma, almeno in Coppa Italia puoi giocartela fino in fondo.
 
Meno turnover – Basta vedere chi è andato in gol ai quarti di finale: Callejon, Dybala, Pjanic, Bacca, Brozovic, Felipe Anderson, Biglia, Garritano, Dzeko, Totti. Le squadre sono state portate avanti dai titolari o dai grandi giocatori. Fa eccezione infatti Totti che però non possiamo certo considerare un comprimario. In Coppa Italia ormai si è costretti a fare poco turn over, servono le squadre migliori, non si può snobbare l’impegno. Chi lo ha fatto ha pagato dazio. Pioli che ha rinunciato subito a Gagliardini e Icardi è andato fuori. E probabilmente se ne è anche pentito parecchio.
 
Il successo TV- Questo il dettaglio di spettatori alla tv e allo stadio delle partite dei quarti di finale giocate in queste ultime due settimane.
Juventus-Milan:  spett. tv 7, 5 mil (27,58%), 36.000 allo stadio.
Napoli-Fiorentina: spett. tv 5,6 mil (20,81%), 32.000 allo stadio.
Inter-Lazio: spett. tv 5,6  mil (20,42%), 32.000 allo stadio.
Roma-Cesena: spett. 3,5 mil (13,2%), 26.000 allo stadio.
La Rai esulta per gli ottimi risultati di ascolto. Certi numeri riportano il calcio al centro del business, dopo averlo in buona parte abbandonato per i costi altissimi e la concorrenza spesso suicida di Sky e Mediaset Premium. Che infatti adesso devono rivedere conti e strategie, fare addirittura tagli dolorosi. 
 Nemmeno sommando gli ascolti dei due network di una partita di campionato si arriva a cifre del genere. Che poi, pubblicitariamente, sono quelle che contano. Nell’ultima giornata di campionato la partita che ha fatto più ascolto (sommando Sky e Mediaset) è stata Napoli-Palermo, con 1.900.000 spettatori e 7% di share. Juventus-Milan di Coppa Italia, free sulla Rai, ha ottenuto tre volte tanto.  Con uno scudetto praticamente quasi assegnato, le quattro partite di semifinale di Coppa Italia con i supermatch tra Juve e Napoli, e i derby Roma-Lazio (anche se giocarli alle 15 per motivi di sicurezza è ovviamente meno gratificante per la tv) , più la finale, saranno sicuramente l’evento dell’anno. Per i diritti di Coppa Italia la Rai ha pagato 67 milioni di euro per il triennio che arriva fino al 2018. Mediaset ne paga quasi 250 l’anno per la Champions. Ma le italiane in questi anni sono molto a rischio, e ogni tanto si è costretti a mandare un match in chiaro per fare business.
 Insomma non è più Coppetta Italia, non chiamatela più il “portaombrelli”.

Fonte: Repubblica

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