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Gradoni e sudore: il Pescara può sognare con Zemanlandia

ROMA – In quattro giorni, da disoccupato a vincitore. Con una goleada, per giunta. Il ritorno di Zdenek Zeman a Pescara somiglia al personaggio: tranciante, come il 5-0 al Genoa. E pazienza se il risultato è più figlio di chi la squadra l’ha guidata e preparata fino all’altro ieri che non del boemo. Cosa può aver fatto Zeman in tre allenamenti per trasformare la cenerentoa che subiva angherie su ogni campo nella star della domenica? Poco, e lo pensa anche lui stesso: “Il mio merito sui gol? Quello su calcio d’angolo l’abbiamo provato una volta sola…”. Forse, però, tornando dove aveva vinto ha riacceso una fantasia: la voglia di sognare.
 
Alla serie A va bene (anche) così, se serve a restituirle la ventesima squadra di un campionato fin qui a 19. E soprattutto a riportarle un personaggio che non può non esserle mancato. Zeman il profeta, Zeman l’eretico: indifferente, però, non lo sarà mai. Per questo il rischio di cadere vittime della fascinazione è altissimo. La retorica di Zemanlandia, la leggenda degli allenamenti sui “gradoni”, il mito del Don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento del doping.

Quel 5-0 soffia sul fuoco del mito. Ha vinto poco Zeman: un campionato di serie C2 col Licata e due di B con Foggia e Pescara. Mai un trofeo, “ma la vittoria non è la cosa più importante – risponde lui a chi glielo fa notare – un tecnico deve migliorare i calciatori. Io ne ho mandati in nazionale 20, quanti possono dirlo?”. La risposta sempre pronta, brontolata senza urlarla mai. Zeman piace non solo per l’utopia del buon calcio di cui è filosofo: il famoso “bel gioco”, la ricerca estetica, il rifiuto di speculare sul risultato privilegiando il divertimento “per dare qualcosa alla gente”. 

Fino a qualche anno fa, se a Zeman chiedevi chi fossero i cinque migliori calciatori in attività, ti avrebbe risposto cinque volte Totti. Sul palco di Sanremo però è finito prima lui del capitano romanista: era il 2005, e un giovane gruppo romano, i Velvet, si esibì con una maglia gialla e rossa, davanti una citazione del “maestro” (“Il risultato è casuale, la prestazione no”), sul retro il nome “Zeman” e il suo mitico “433”. Ecco, il modulo: dire 4-3-3 in Italia è dire Zeman. “Il modo migliore per coprire il campo”. Un dogma irrinunciabile: quasi un fideismo dogmatico, come quello di chi il boemo lo ama. A prescindere da tutto. 

Più che un allenatore, negli anni Zeman è diventato un guru, un rivoluzionario capace d’incendiare l’immaginario dei giovani. Lo amano tifosi di squadre che non ha mai allenato, forse per le sue battaglie. Lo invocavano curve annoiate, perché “almeno ci divertiamo”. Lo hanno cercato presidenti “nuovi”, per dare un segno di rottura con il sistema, come Pallotta prima e Giulini poi. Ma troppe volte non è andata: 8 esoneri più due dimissioni. E’ dovuto emigrare a Lugano, s’è salvato ma ha perso la finale con lo Zurigo retrocesso. Ora Sebastiani gli ha dato una nuova occasione, lui lo ha già ripagato alimentando una nuova utopia: quella della salvezza impossibile. Non poteva iniziare in modo migliore. O forse, non poteva iniziare in modo diverso.

serie A

pescara calcio
Protagonisti:
zdenek zeman

Fonte: Repubblica

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