La prima di Sacchi: 30 anni fa creava il suo Milan

Non capita spesso che un’amichevole estiva passi alla storia. Eppure, esattamente 30 anni fa successe: domenica 2 agosto 1987, Solbiatese-Milan 0-7. Risultato da classico test precampionato, data da ricordare. Perché quel giorno la gente vide per la prima volta come il Milan di Arrigo Sacchi avrebbe cambiato il calcio.

Per settimane quell’omino con i Ray-Ban a specchio ha promesso e teorizzato, incontrando i giornalisti e riproducendo i suoi schemi con qualsiasi cosa gli capitasse a portata di mano. In pizzeria, per dire, l’hanno visto muovere le olive come terzini fluidificanti. A Milanello si aggira con il megafono in mano e ci urla dentro le sue idee, dall’alto della collinetta. Lo chiamano in vari modi: profeta, martello, matto di Fusignano. Parole a fiumi, ma anche tanti dubbi: ecco perché adesso c’è bisogno dei fatti. Una rivoluzione non si può spiegare a parole, né tanto meno con le olive. Così, quel pomeriggio, sono migliaia i curiosi che si riversano a Solbiate Arno per assistere alla nascita ufficiale del sacchismo.

Festa senza Gullit

La prima uscita del nuovo Milan di Sacchi è benedetta da un vero e proprio bagno di folla. Diecimila tifosi in uno stadio che ne contiene la metà, carabinieri costretti ad aprire i cancelli dopo 8 minuti di gara per evitare incidenti. Cinquanta milioni di lire di incasso per i 5mila tagliandi staccati, persino i bagarini fanno affari d’oro, arrivando a rivendere al doppio i biglietti di una partita amichevole. Eppure, alla lettura delle formazioni, l’entusiasmo si smorza. Allo stadio la gente aspetta sotto il sole per ore sperando di ammirare le treccine di Gullit al vento, ma Sacchi non se la sente di rischiarlo. Proprio al termine della partitella che ha chiuso la sessione atletica del mattino, l’olandese si è fatto male in uno scontro con Baresi: fuori entrambi, assenze che vanno a sommarsi a quelle di altri infortunati eccellenti come Ancelotti, Massaro e Maldini, e che suggeriranno ai dirigenti rossoneri di dare un contentino ai tifosi, spingendo il simpatico Ruud a farsi un giro in ciabatte sotto la tribuna, durante l’intervallo, per concedere autografi e strette di mano.

Non c’è dubbio che sia un Milan atipico, ben diverso da quello che scriverà la storia: ma per Sacchi, si sa, il copione è più importante degli attori. In campo ci sono tutti gli ex parmigiani fedelissimi di Arrigo, gli unici capaci di muoversi già come vuole il maestro. Bortolazzi spicca in regia, si vede che conosce a memoria le battute; Bianchi a sinistra si muove con sicurezza; il fido Mussi sale e scende con tempi perfetti, come la famosa oliva.

Il calcio della mente

Intanto Sacchi urla e anche contro la povera Solbiatese allenata dall’ex rossonero Pierino Prati pretende pressing a tutto campo. “Un pilota non si allena andando a cento chilometri all’ora per poi correre a duecento la domenica”: solo una delle sue massime, tramandate ancora oggi come parabole. La conoscete quella del fantino e del cavallo, vero?

“Ricordo quella partita come qualcosa di speciale, e cominciai fin da subito a fare sul serio, anche se si era trattato di poco più di un allenamento”, racconterà Sacchi nella sua autobiografia. “I giornalisti che presenziavano agli allenamenti cominciarono a scrivere su quello che facevamo in campo. Anche per loro era una novità, una manna caduta dal cielo per i loro articoli. Si parlava di esercizi per sviluppare la psicocinetica, che richiedevano un pensiero da parte di ogni giocatore, che sviluppavano le capacità di attenzione e concentrazione. Ci allenammo subito con il pallone fin dal primo giorno. Michelangelo diceva che i quadri si dipingono con la mente, non con le mani. Io pensavo che il calcio si dovesse giocare con la mente, i piedi sono solo un mezzo che facilita l’apprendimento”.

Una nuova lingua

Il problema, per i giocatori, è la mole di lavoro introdotta dal “profeta-martello”, unita a una vera e propria mania per il dettaglio e per il movimento sincronizzato. Un esercizio ossessivo con il fine ultimo di costruire la perfezione, il vero assillo di Sacchi. Il menù: esercitazioni per la fase di non possesso, pressing, raddoppio, uno contro uno, chiusure e collocamenti preventivi, zona, diagonali, elastico difensivo, fuorigioco. Alcuni di questi termini erano addirittura sconosciuti ai giocatori: le chiusure e i collocamenti preventivi in fase di non possesso, ad esempio, non si conoscevano ancora prima del suo avvento. Oggi ne parlano tutti gli allenatori, le chiamano marcature preventive. Tutto provato e riprovato, fino allo sfinimento e anche oltre. Si racconta che le prime sere, tornando a casa, Giovanni Galli passasse ore disteso a fissare il soffitto. La moglie si allarma: “Che succede Giovanni?”. “Sto pensando che domani lo devo rivedere”. E lui era “solo” il portiere…

Stop e passaggio, stop e passaggio

Eppure Sacchi aveva cercato di introdurre i suoi metodi in modo da non traumatizzare troppo la squadra: stando a quel che dice lui, all’inizio si faceva il 20-25 per cento in meno rispetto al lavoro a cui era abituato il suo Parma. Un giorno Salvatore Bagni e Nando De Napoli, in visita a Milanello con la Nazionale, assistettero al doppio allenamento del mercoledì e del giovedì. Alla fine Bagni confidò a Sacchi: “Quello che fate in due giorni è il lavoro che facciamo grosso modo in un mese”. Per il Profeta, però, quella è l’unica via percorribile: “Solo così potevo far capire la bellezza di quel nuovo modo di giocare al calcio”.

Nessuno ha saputo spiegare meglio del suo futuro allievo Carlo Ancelotti in cosa consistesse un allenamento sotto la direzione di Sacchi: “Mi diceva sempre: ‘Tu sei uno che corre tanto, ma io voglio che diventi il direttore d’orchestra. Devi studiare la musica e i tempi. Dobbiamo eseguire uno spartito che devi conoscere a memoria’. I miei tempi erano stop e passaggio. Stop e passaggio. Stop e passaggio. Ogni tanto per sfogarmi facevo un tocco in più, Sacchi fermava l’allenamento e mi diceva di ricominciare daccapo. Ma alla fine sapevo esattamente quello che dovevo fare, me l’aveva insegnato alla perfezione”.

Van Basten? E’ bravo

La conversione dei suoi campioni avviene proprio così, giorno dopo giorno. I giocatori all’inizio non capiscono, qualcuno non lo accetta: come può uno che non ha mai giocato a pallone spiegarmi stop e passaggio? E come può uno che non è mai stato cavallo fare il fantino?, la strafamosa replica di Sacchi.

Le ore passate sul campo di allenamento prima di quel 2 agosto danno i loro frutti nel giro di un quarto d’ora, il tempo che occorre al neo acquisto van Basten (meno celebrato rispetto a Gullit) per segnare una doppietta e mostrare un’ottima intesa con Virdis, conquistando i tifosi speranzosi di aver finalmente trovato un grande “9”, dopo anni di delusioni con quel numero sulla schiena. Il primo gol arriva sfruttando un controllo impreciso di un difensore e battendo a rete con un destro secco, celebrato poi con il pugno al cielo, come in una partita vera. Il secondo è un regalo del suo compagno di reparto, che dopo aver dribblato l’intera difesa avversaria, solo davanti al portiere, serve l’assist all’olandese. Poi arrivano anche tutti gli altri: Virdis trova gloria personale, Mussi fa doppietta in tre minuti, non male per un’oliva, chiudono Tassotti e Mannari. “Quelli che hanno giocato mi sono piaciuti”, le prime parole di Sacchi al termine del test. “Bravo van Basten, mi ha sorpreso. Anche se non gode di grande popolarità, ha grandi qualità tecniche”. Parola di fantino.

Fonte: SkySport

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