Sei Nazioni, tutto quello che c’è da sapere

L’edizione numero 124 del Sei Nazioni di rugby, la diciannovesima da quando l’Italia fu ammessa, nel 2000, parte sabato 3 febbraio con il match inaugurale fra Galles e Scozia. Nonostante l’appuntamento mondiale sia ancora molto lontano (Giappone 2019), mai come quest’anno le squadre impegnate nel torneo, Inghilterra su tutte, danno l’impressione di voler utilizzare i cinque scontri ravvicinati di alto livello per raccogliere indicazioni decisive sulla strada verso la Coppa del Mondo.

Il XV inglese ha un’opportunità storica: mai nessuno, dal 1883 ad oggi, è riuscito a conquistare tre titoli consecutivi. Nonostante parta da favorita, per la squadra allenata da Eddie Jones non sarà semplice riconfermarsi campione. L’Irlanda, che ha ben impressionato nei test-match autunnali e inserito in rosa diversi nuovi giocatori di talento, è uno sfidante più che credibile, mentre la Scozia, arrivata ormai al picco di maturità nel percorso tecnico iniziato al mondiale 2015, si gioca seriamente, per la prima volta dal 1999, delle possibilità di vittoria.

Partono più indietro il Galles, che appare alla fine del ciclo vincente segnato dal tecnico neozelandese Gatland, e la Francia, il cui nuovo allenatore, Jacques Brunel, è sulla panchina dei Bleus da appena quattro settimane e ha già dimostrato con le sue prime convocazioni di voler utilizzare il torneo per testare una rosa giovane ed inesperta in prospettiva mondiale.

Lontanissima l’Italia, che gli scommettitori più teneri danno vincente con quote astronomiche di 1/500 e che si presenta al torneo con quella che, secondo molti, è forse la rosa con meno talento di tutta la storia rugbistica azzurra. Abbiamo analizzato punti di forza e limiti di tutte le squadre impegnati, cercando di rendervi più interessante la visione di questo Sei Nazioni.

Inghilterra

 

Dopo la batosta subita nel 2015, con l’onta dell’eliminazione già nella fase a gironi, per la prima volta nella storia e per giunta nel mondiale di casa, l’Inghilterra ha messo insieme 22 successi su 23 partite giocate e la vittoria di due Sei Nazioni (uno con grande slam).

Il tecnico australiano Eddie Jones ha costruito una squadra atleticamente incontenibile, che ha dimostrato di riuscire a vincere le partite cambiando in corsa il piano di gioco e sfruttando una versatilità tattica che forse solo la Nuova Zelanda ha dimostrato a questi livelli. L’Inghilterra è una squadra dinamica, potente, energica, di cui è facile intuire la forza a partire dalla serenità con cui si presenta a questo Sei Nazioni nonostante i 14 indisponibili, fra cui giocatori fondamentali come il numero 8 Billy Vunipola, il suo sostituto naturale, Nathan Hughes, e l’utility back Elliot Daly.

Punti di forza

L’efficacia della rimessa laterale è un tassello decisivo nello sviluppo del gioco inglese. Dylan Hartley, l’uomo che Eddie Jones ha promosso a capitano fra le critiche trasversali di quanti lo ritengono un giocatore scorretto, ha dimostrato di essere un fattore chiave nella conquista delle touche. L’Inghilterra utilizza la rimessa laterale in maniera chirurgica, non solo per il controllo del possesso, ma anche come setup per lanciare azioni provate in allenamento che finiscono in meta dopo un massimo di tre fasi: George Kruis e Courtney Lawes sono saltatori che garantiscono un numero enorme di opzioni, sia in attacco che in fase difensiva, mentre Maro Itoje, oggi uno dei giocatori fisicamente più dominanti al mondo, è forse il più grande rubapalloni, in touche come nelle fasi di gioco a terra, in circolazione.

A fare la differenza nel gioco inglese è anche la straordinaria versatilità dimostrata nella gestione del gioco. Non si tratta di un caso ma di una caratteristica legata alle capacità tecniche ed  individuali della linea di tre-quarti messa insieme dal XV della Rosa. Owen Farrell e John Ford garantiscono un numero enorme di opzioni di playmaking, permettendo ai back inglesi di schierarsi spesso, da mischia chiusa a proprio favore, su entrambi i lati del campo, potendo contare su due eccellenti gestori del gioco e raddoppiando la pressione offensiva sulla squadra avversaria. Lo schieramento di Farrell come primo centro permette inoltre al numero 10 Ford di giocare con più serenità, soprattutto in fase difensiva, e di poter contare su un ventaglio molto ampio di opzioni al piede. Come se non bastasse, mentre a livello internazionale sono molte le squadre alla disperata ricerca di un’apertura di livello, l’Inghilterra può contare in panchina sul talento di Lozowski, numero 10 dei Saracens che potrebbe ritagliarsi un po’ di spazio durante il torneo, e del giovanissimo Marcus Smith, il diciottenne degli Harlequins aggregato al gruppo inglese come apprentice player.

Punti deboli

Eddie Jones ha deciso di puntare su giocatori di mischia che possano muoversi a tutto campo, con seconde linee dai profili atletici da flanker (su tutti Itoje e Lawes) e piloni che perdono qualcosa in mischia chiusa, garantendo però profondità difensiva e grande efficienza palla in mano (Mako Vunipola). Ne patisce, inevitabilmente, la mischia ordinata, che, seppur solida, potrebbe essere messa in difficoltà da un pacchetto come quello irlandese, più pesante e quadrato sulla fase statica.

Bisognerà poi verificare se le numerose assenze saranno ben assorbite dal XV inglese, soprattutto considerando le ulteriori defezioni che via via potranno aggiungersi nel corso del torneo. L’Inghilterra perde, con le assenze di Billy Vunipola e Nathan Hughes, i suoi due ball carrier più efficaci, la cui capacità di scardinare le difese avversarie in prima fase ha costituito in fattore determinante nel gioco inglese delle ultime due stagioni: Itoje e i meno esperti Sam Simmonds e Zach Mercer (tre caps in due) dovranno dimostrare di essere all’altezza anche in questo fondamentale.

Giocatore chiave

Fonte: Sky

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