
In Europa, da qualche parte, c’era un ragazzo che osava pensare in grande. Quel ragazzo voleva vincere e ha vinto. Voleva stare fuori dal sistema ed è rimasto indipendente. Gli squali non lo spaventavano ed ha nuotato insieme a loro. Quel ragazzo era José Mourinho, lo Special One. Questa è la sintesi preferita della sua vita, quella che ama raccontare per scolpire la sua unicità. Che oggi, nel Manchester United, prova a riaffermare con forza, a dispetto delle curve capricciose di un destino, il suo, decisamente mai banale. E di un ambiente, quello inglese, che la diversità del portoghese non l’ha mai apprezzata troppo. Tra partite romanzesche, rabbie leggendarie e napoleonica grandeur.
“Dio deve pensare di me che sono una persona straordinaria se mi dà tutto quello che ho”, recita una delle tipiche sparate mouriniane, giustamente diventate leggendarie, come “non sono un pirla”, biglietto da visita della sua avventura milanese o il clamoroso gesto delle manette, costatogli tre turni di squalifica, ma chiave per conquistare l’eterno e incondizionato amore della curva nerazzurra. Quando Mourinho era infallibile, il suo nome, le sue parole, erano squilli di guerra. Faceva calcio spettacolo, anche senza pallone. Non c’era giorno che la durezza inquisitoria di certe uscite non destabilizzasse l’ambiente, lo inchiodasse alle sue contraddizioni. Da noi risuona ancora l’eco della più celebre delle sue intemerate, i media accusati di prostituzione intellettuale. Come del resto “zero tituli” resta il più corrosivo degli slogan, adottato in pianta stabile da titolisti e non solo. In fondo, l’esplorazione quotidiana del suo lato più selvaggio, più borderline, celava una certa quota di perversione, ammiratori e detrattori uniti dalla stessa curiosità, capire sino a che punto Mourinho avrebbe spinto il suo furore antisistema, avrebbe alzato il livello della sfida. Ignorando colpevolmente ciò che ai tempi suggeriva Arrigo Sacchi: “Non perdete tempo ad amarlo od odiarlo, Mourinho merita di essere studiato, perchè è esemplare unico di cui non esistono cloni”. Sicuramente, occorre aggiungere, neppure nel calcio attuale.
E quando Mourinho non sbagliava un colpo, qualunque critica, anche la più autorevole, scoloriva davanti alle missioni centrate in sequenza. “Il calcio è pieno di lirici- ringhiava- ma i lirici non fanno la storia”. E nella sua Inter, quella del Triplete, di poetico c’era poco o nulla, quella Champions, i successi di contorno, rappresentavano i chirurgici obiettivi di chi tutto aveva già pianificato, forse da sempre, da quando, ragazzino, stendeva rapporti, faceva lo scouting, per le squadre allenate da suo padre in patria. Allora José era un difensore senza troppo talento, sapeva che avrebbe spaccato in panchina. Soprattutto su quelle dei grandi club a caccia della gloria perduta. Il famoso potere della profezia di Mourinho. Vivere nel futuro, convincersi di sottometterlo, un’altra delle sue utopie preferite, e a volte realizzate.
Di certo l’anima di quell’Inter mourinhiana poggiava su una chimica sorprendente, vista poche altre volte nella storia. Una simbiosi miracolosa del tecnico con la squadra, della squadra con la gente. Creò uno spogliatoio-setta, non c’era sacrificio individuale che Mourinho non potesse ottenere, vedi Eto’ o diga difensiva, nell’ottica di quel 4-2-3-1 con gli attaccanti-terzini, svolta tattica di quella Champions. C’era una tale bellezza in certe notti epiche, come in quella famosa semifinale di ritorno in dieci al Camp Nou col Barça, da svuotare d’interesse ogni dibattito intorno alle pretese dell’estetica. Quell’Inter era una squadra che giocava pensando, che dominava ogni spazio, che camaleonticamente si adattava come un guanto a qualunque avversario. E Mourinho, in quel gruppo, per dirla alla Moratti, era come il vento. Del vento aveva i vantaggi, e per qualcuno, anzi, per molti, soltanto i fastidi.
Fonte: Sky