In campo con i talenti più chiacchierati della sua generazione, Bazley mette in scena il repertorio da stretch 4 moderno.

Ohio Connection

L’annuncio è di quelli scarni: addio Syracuse, niente anno suppletivo da studente, con tanto di scuse all’ateneo esplicitate in una lettera comparsa su The Players’ Tribune pochi giorni dopo. Nella stessa lettera, Bazley cerca di spiegare le origini dell’inaspettata marcia indietro. Più che la confessione di un adolescente confuso, però, il ritratto che se ne ricava è quello di una stella in miniatura. L’analisi dei presupposti che hanno portato alla decisione — che sia sua, dell’agente o dei ghost writers — è lucida e accompagnata da numeri e statistiche: il 38% dei giocatori attualmente in NBA ha esperienze pregresse nella G-League, dato molto più significativo rispetto a quello riferito a chi è transitato attraverso altri campionati. 

L’idea è quindi quella di accettare un sacrificio economico (gli stipendi della lega di sviluppo variano da 26.000 e 35.000 dollari lordi annui, molto meno di quanto sarebbero disposti a sborsare club europei e soprattutto cinesi) pur di intraprendere il sentiero più sicuro verso il sogno di giocare contro Steph e LeBron. Nella lunga lettera, il diretto interessato snocciola un’altra cifra: 33.000, ovvero la capienza del Carrier Dome, la casa degli Orange Men. Non è semplice rinunciare all’ondata di notorietà che lo renderebbe idolo del campus, sostiene Bazley, dipingendosi coraggioso pioniere pronto a navigare acque fin lì inesplorate. 

La realtà dei fatti è però alquanto distante dal quadro tratteggiato su The Players’ Tribune: innanzitutto perché l’ala di Princeton non sarebbe il primo atleta a rinunciare all’anno di college, ma la tesi è costruita con minuzia e scaltrezza comunicativa di pregevole fattura. A poche settimane di distanza viene svelato il sotterfugio: Bazley ha firmato con l’agenzia Klutch Sports, alias Rich Paul, alias LeBron James, ovvero una delle realtà manageriali più influenti in ambito cestistico e non solo.

One & Done

Da quando è stata varata nel 2006, la celeberrima “one-and-done rule” ha registrato diverse interpretazioni quanto a impiego dell’anno di distacco forzato. A fungere da apripista è stato Brandon Jennings, che tra la Oak Hill Academy e i Milwaukee Bucks decideva di frapporre una stagione, tutt’altro che indimenticabile, con la maglia dell’allora Lottomatica Roma. In quel solco si sono poi inseriti Emmanuel Mudiay nel 2014 e Terrance Ferguson due anni più tardi, volati rispettivamente in Cina e Australia lasciando a bocca asciutta le tante università che li avevano corteggiati. Ad accomunare i tre giocatori ci sono la scelta al primo giro, in posizioni piuttosto alte, ma anche carriere mai davvero decollate. E peggio ancora è andata all’unico prospetto di livello nazionale ad aver scelto la lega di sviluppo invece dell’università: Latavious Williams, dopo aver militato nei Tulsa 66ers, è stato scelto al secondo giro del Draft 2010 e, più che altro, non è mai riuscito a giocare nemmeno un minuto in NBA. I precedenti, quindi, non risultano incoraggianti, motivo per cui il management di Bazley ha forse preferito evitare di citarli tra le motivazioni che lo avrebbero spinto a scegliere la G-League. Nondimeno, a conti fatti quei precedenti hanno pesato sull’evoluzione del cammino intrapreso, così come hanno pesato le complicazioni presentate dall’approdo diretto alla lega di sviluppo.

Il lato oscuro

Che l’intero sistema d’accesso all’NBA debba giocoforza cambiare è ormai opinione diffusa, avvalorata dagli scandali che hanno investito l’NCAA portandone alla luce doppiezze e goffe scappatoie. Tra le varie riforme a cui Adam Silver ha deciso di mettere mano, quella relativa alla G-League si annuncia tra le più complesse. Perché da una parte sono stati stanziati investimenti onerosi per potenziarne funzionalità e immagine, ma dall’altra rimangono limiti strutturali su cui sarà difficile lavorare. Per cominciare, la maggior parte delle squadre è affiliata a una franchigia NBA, ragion per cui l’interesse primario è operare nell’interesse della franchigia stessa. Il che, per quanto del tutto legittimo, rappresenta un problema per chi come Bazley approccia l’esperienza in G-League con l’intenzione di mettersi in luce e attirare le attenzioni di scout e General Manager. La domanda, quindi, sorge spontanea: quale squadra, cioè quale franchigia, avrebbe interesse nello sviluppare un talento che solo pochi mesi dopo traslocherebbe quasi certamente verso altri lidi? 

Il punto d’incontro tra le esigenze di un giovane lì parcheggiato in attesa del primo Draft utile e quelle di una squadra che funge da laboratorio per la franchigia di riferimento è difficile da focalizzare. Bazley, in questo senso, pur uscendo dal circuito scolastico con medie di assoluto rispetto (17,6 punti, 11,5 rimbalzi e 3,6 assist a partita), potrebbe faticare non poco a trovare minuti in campo. Non bastasse, l’identità fondante della lega di sviluppo — che per sua natura favorisce la rincorsa all’affermazione individuale anziché al risultato di squadra — rischierebbe di creare abitudini poco salutari. Infine, la durezza delle singole partite e il tortuoso calendario renderebbero l’annata ben più pesante dal punto di vista fisico e mentale rispetto al relativo livello di stress connaturato all’ambiente NCAA. 

Sgomitare tra professionisti di lungo corso pronti a tutto pur di guadagnarsi un contratto a sei zeri, sobbarcandosi al contempo lunghe e frequenti trasferte senza le comodità logistiche offerte dalla NBA, potrebbe quindi non costituirebbe la mossa ideale. Secondo Steve Wright, suo coach a Princeton e, con la madre del giocatore, primo sostenitore dell’opzione G-League, Bazley sarebbe comunque “maturo a sufficienza per affrontare quel tipo di sfida e, anche se finisse per giocare poco, non cambierebbe un granché in prospettiva Draft perché i front office della NBA sono abituati a orientare le proprie scelte in base al potenziale futuro”. Per quanto autorevole, l’opinione di coach Wright si è però dimostrata insufficiente a fugare i dubbi emersi in seguito all’annuncio formalizzato la scorsa primavera.

Fonte: Sky

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