Abolire la competizione sarebbe un atto di clemenza verso gli appassionati, ma l’ingranaggio dei ricavi esige il suo tributo. Oltre la noia della formula, resta però l’amara fotografia del nostro movimento: una mediocrità strutturale che parte dalle vette dirigenziali. Appena un giovane indigeno mostra un briciolo di classe o di prospettiva, i soliti presidenti «papponi» affrettano la cassa, pronti a impacchettarlo per il miglior offerente all’estero pur di far cassa subito. Manca una visione, manca il coraggio di costruire, ma soprattutto manca un’impostazione normativa seria. Basterebbe un vincolo chiaro: imporre alle società di Serie A l’obbligo di schierare almeno quattro o cinque titolari italiani. Solo così si restituirebbe ampiezza, respiro e qualità al serbatoio degli azzurri.
E poi c’è il contorno, la cornice che dovrebbe spingere il cuore oltre l’ostacolo e che invece finisce per cullare il nostro torpore. Con tutto il rispetto per la professione, la narrazione targata RAI a cura di Alberto Rimedio scivola in una cadenza moscia, scontata, priva di quella vibrazione energetica che un tempo trasformava persino uno 0-0 in un poema cavalleresco. Per scuotere il pubblico dal divano servirebbe una verve alla Sandro Piccinini o il ritmo incalzante di un Compagnoni; cronisti capaci di restituire spessore e pathos al racconto. Ricordate la solennità di Nando Martellini nel triplice grido dell’82 o la sobria classe di Bruno Pizzul? Anche il folklore fa l’atmosfera. E oggi, di questo passo, rischiamo di addormentarci prima ancora del triplice fischio.