VAR e il mistero dell’uniformità: il caso Venezia-Inter riapre il processo alla tecnologia

Ci avevano promesso la fine delle ombre, l’avvento dell’algoritmo infallibile capace di spazzare via le secolari tossine del sospetto pallonaro. E invece ci ritroviamo, puntuali come un orologio svizzero, a fare i conti con un marchingegno che pare aver smarrito la mappa dell’evidenza. Il VAR, da strumento di soccorso per sviste colossali, si sta lentamente trasformando in un rebus kafkiano dove l’unica costante resta l’imprevedibilità del giudizio.

L’ultimo anno ha regalato una collezione di perle da far tremare i polsi: reti cancellate per un’unghia in fuorigioco o per contatti impalpabili a inizio azione, alternate a gol convalidati tra lo sconcerto generale per falli solari completamente ignorati sul monitor. L’esempio plastico di questa deriva si è consumato proprio nell’ultimo turno, in occasione del primo gol dell’Inter sul campo del Venezia. Un’azione viziata da un intervento di Carlos Augusto tanto solare nella sua irruenza quanto clamorosamente sorvolato sia dal fischietto di campo che dai suggeritori in cabina regia.

A questo punto la domanda sorge spontanea e va posta senza infingimenti: a cosa serve una tecnologia amputata della sua stessa logica? Sono forse mutati i protocolli d’ingaggio a stagione in corso senza che nessuno si prendesse la briga di avvisare i naviganti, oppure siamo di fronte alla semplice anarchia interpretativa di chi sta in sala monitor?

Ce lo dicano con chiarissimo accento. Perché a forza di procedere per strappi e correzioni a macchia di leopardo, si finisce per minare dalle fondamenta la passione dei tifosi, l’onestà intellettuale del campionato e la serenità di chi sul calcio investe tempo, analisi e persino qualche euro di giocata. La tecnologia doveva essere la cura; applicata così, rischia di essere soltanto un’aggravante.

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