Giubbotti refrigeranti, rilevatori di stanchezza, criosauna, sensori aerospaziali: a Manaus arrivano i nostri armati di tutto punto, gli azzurri in versione Cape Canaveral. Prandelli le ha pensate tutte, ma proprio tutte, per combattere le insidie del clima brasiliano. Al seguito anche un fisioterapista giapponese, che piu’ giapponese non si puo’, Yamamoto, personal trainer di Nakata. L’Italia, dopo aver simulato a Coverciano le condizioni ambientali dell’Amazzonia, ora è dentro la foresta, e trova pure nel polmone verde della terra – questo e’ il colmo – un campo spelacchiato, senza erba, prontamente ravvivata da una mano furtiva di vernice. Mai nella storia la Nazionale era uscita dagli alambicchi di un laboratorio, di un centro ricerche, nemmeno fosse una navicella da lanciare in orbita. Tecnologia e telematica applicata in tutti i campi, anche nella tattica: ai tempi di Bearzot gli schemini, quelli che una volta si tracciavano col gesso sulla lavagna, venivano comunicati ai giocatori via fax o su fogliettini scarabocchiati. Oggi servizio in camera, attraverso tablet e smartphone. I giocatori aprono, consultano e apprendono. L’apprendista stregone Prandelli non ha lasciato nulla al caso, anche se contro la rude Inghilterra potrebbe bastare una squadra di semplici artigiani, una squadra di piedi buoni. Un’Italia di “abatini”, come ai tempi di Brera e Rivera, potrebbe forse far molto meglio di un’Italia di Ufo-Robot.
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