Bellinazzo: “Juve-Conte, le ragioni del divorzio: ambizioni di mercato frenate da aumento dei debiti e tetto ingaggi”

Marco Bellinazzo, giornalista del Sole 24 Ore, non che esperto di ‘economia del pallone’, prova ad analizzare attraverso il suo blog, le ragioni che hanno spinto Antonio Conte ad abbandonare la barca Juventus:

“Che ci sia o meno la Nazionale nel futuro di Antonio Conte, le ragioni del clamoroso divorzio (consensuale) maturato in queste ore affondano le radici nei conti della società bianconera e in un equilibrio da conservare (faticosamente) a dispetto delle legittime aspettative dell’allenatore e della piazza. L’irrigidimento della società nell’evitare colpi troppo dispendiosi sul piano delle spese per il cartellino e dell’appesantimento del monte ingaggi e di quello legato agli ammortamenti era stato definito con l’approvazione lo scorso mese di maggio della trimestrale gennaio-marzo 2014. Quei conti “parziali” fotografavano una stagione in cui il terzo scudetto di fila e la semifinale di Europa league non hanno compensato del tutto il mancato accesso alla fase ad eliminazione diretta della Champions e prefiguravano un bilancio finale al 30 giugno 2014 più negativo di quello del 2013 quando si è registrata una perdita di circa 16 milioni. Sul bilancio bianconero, come si spiegava nel comunicato diffuso dal club, hanno inciso l’incremento del costo del personale per 16,5 milioni e maggiori ammortamenti per un milione a fronte dei quali si è registrato un incremento dei ricavi di soli 5,7 milioni. I ricavi da gare nei primi nove mesi dell’esercizio sono stati apri a 31,5 milioni (contro 30,5 dei primi nove mesi dell’esercizio precedente), i diritti tv 123 milioni (inclusi quelli europei contro 131), i ricavi dal settore commerciale 38,5 contro 37,2 milioni. Mentre i proventi dalla gestione del parco calciatori sono stati di 20 milioni (+10 rispetto al periodo precedente). Dalla stagione europea 2013/14 alla fine sono arrivati 50 milioni, 15 in meno che da quella precedente. Ma a pesare sulle scelte del calciomercato bianconero e sulle frizioni che fin da subito si sono sviluppate tra la dirigenza e Conte (il quale aveva commentato le titubanze della società con la famosa frase sul ristorante da 100 euro dove non si può pretendere di mangiare se in portafoglio se ne hanno solo 10) è stato soprattutto l’aumento dei debiti del club. Al 31 marzo 2014, infatti, l’indebitamento finanziario netto è peggiorato di 38,6 milioni rispetto al 30 giugno 2013, passando da 160,3 milioni a 198,9 milioni a causa degli esborsi delle precedenti campagne trasferimenti (43,4 milioni), degli anticipi versati alla Città di Torino e ai vari fornitori per il Progetto Continassa (5 milioni), e dei flussi delle attività di finanziamento (leggi interessi, per 5,6 milioni).

Per quanto riguarda i costi di mantenimento dell’organico (ingaggi + ammortamenti), nel 2013 la rosa è pesata sui conti bianconeri per 200,4 milioni (pari a ingaggi per 149 milioni e ammortamenti per 51,4). Il tetto massimo indicato tempo da Agnelli. Nella stagione precedente invece gli ingaggi valevano 137 milioni e gli ammortamenti 52,3 milioni per un totale di 189,3 milioni.

Quanto agli investimenti sul mercato, nelle tre stagioni di Antonio Conte in panchina il club bianconero, come si ricava dai documenti contabili periodici, ha investito poco meno di 240 milioni che, al netto dei ricavi dalle cessioni e delle plusvalenze iscritte a bilancio, hanno comportato un impegno finanziario spalmato su più anni per la società di circa 150 milioni (80 nella stagione 2011/12, 45 nella stagione 2012/13 e circa 25 nella stagione 2013/14, inclusa la sessione di gennaio 2014).

La filosofia del nuovo corso juventino era stata illustrata già lo scorso dicembre dal presidente Andrea Agnelli. “Due anni fa, senza Champions, eravamo a circa 210/215 milioni di fatturato, l’anno scorso abbiamo raggiunto quota 283, di cui 60 derivanti dalla Champions. Nel 2015/2016, quando ci scadranno alcuni contratti, in forza di altri già siglati saremo intorno ai 240/250 milioni. Il nostro obiettivo sono i 300 milioni di fatturato al netto della Champions League. Così si raggiunge il principio di autofinanziamento, senza rischio sportivo e con capacità di fuoco. Poi bisogna saper spendere”.

Un percorso chiaro, dunque, che non consente deragliamenti e colpi da decine di milioni tra costo di cartellino e ingaggi, a meno di non effettuare cessioni “compensative”. Così si giustificano per i dirigenti juventini, ma evidentemente non per l’allenatore dei tre scudetti, le rinunce a Immobile e Vucinic (che hanno portato in cassa incluso, il risparmio di stipendi, una ventina di milioni), le acquisizioni a parametro zero (Evra, Coman) o le operazioni in prestito con opzione d’acquisto (Morata) e l’assalto oneroso a Iturbe, per il quale probabilmente si profila un sacrificio illustre (Vidal), ma remunerativo (oltre 40 milioni).”

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