Costano e aiutano poco, il flop dell’arbitro di porta

ROMA – Costano tanto, ma aiutano poco. Di certo, in tanti iniziano a chiedersi se non siano addirittura dannosi, più che superflui. L’ultimo weekend ha puntato l’indice sull’ultimo uomo entrato su un campo da calcio italiano: l’addizionale d’area. La risposta umana voluta da Michel Platini alla dilagante richiesta di tecnologia, da sempre invisa ai vertici del calcio mondiale, chissà poi perché: due per ogni stadio, piazzati a due passi dalle porte, quattro occhi in più per vedere quello che sfugge ad arbitri e guardalinee nel punto nevralgico del campo di calcio, lì dove nascono gol e penalty. Li ha introdotti l’Europa League 2009, dopo gli Europei del 2012 sono stati approvati anche per i campionati nazionali. A distanza di 2 anni, però, sembrano già superati. Ovunque, tranne in Italia. La serie A infatti è l’unico campionato europeo di altissimo livello (via, diciamo alto) in cui sono ancora utilizzati i famosi arbitri addizionali. Gli altri, dal Belgio in giù, sono sostanzialmente campionati periferici, non certo leghe capaci di permettersi un Tevez o un Higuain.
Eppure l’esperimento non è certo a costo zero. La spesa annuale sostenuta per mandare in giro per l’Italia i giudici di porta (e per loro soltanto) varia infatti tra 1 milione e 600 e 1 milione e 800 mila euro annui (con circa 185mila euro di contributo Fifa). Di fatto, in un paio d’anni si spende poco meno di quanto non costerebbe garantirsi tecnologicamente la certezza del gol: servono infatti circa 4 milioni per installare la gol-line technology nei 16 stadi d’Italia. Mentre già lo scorso gennaio in Premier l’Occhio di Falco, tecnologia per decifrare i gol fantasma, convalidava una rete discussa di Dzeko. Ma al di là dei costi, è sul contributo tecnico degli addizionali che si discute, eccome. L’ultimo weekend ha portato all’attenzione nazionale i casi De Jong (in Roma-Milan) e Rugani (Fiorentina-Empoli), falli di mano in area a pochi metri da arbitri di porta sbadati o poco risoluti che su episodi di loro competenza non hanno certo aiutato il primo ufficiale a non sbagliare. Capitò persino di peggio la stagione scorsa in Sassuolo-Roma, con un contrasto in area romanista tra Benatia e Sansone: Rizzoli lo aveva valutato regolare, non l’addizionale Peruzzo. “Mi sembra rigore”. Ne era nato un capannello durato 4 minuti e 20 secondi, una figuraccia mondiale per arrivare alla decisione iniziale – niente penalty – e fortunatamente corretta del direttore di gara.

Abete, da presidente Federale, giurava a gennaio 2014: “Su 38 episodi dubbi, in 29 casi i giudici di porta hanno indicato la scelta giusta”. Ma proprio pochi giorni dopo le sue dichiarazioni un altro addizionale, Gavillucci, tradiva il direttore di gara durante un Torino-Atalanta, segnalando un fallo di Consigli in uscita alta su Cerci. Rigore inventato, nonostante le proteste, che l’arbitro Tagliavento non avrebbe mai concesso se non fosse stato male assistito. Anche il fischietto di terni ha sbagliato, però, in qualità di addizionale, non accorgendosi di un pallone uscito sul fondo a pochi centimetri da lui prima di procurare un rigore per il Livorno contro il Chievo, sempre nello scorso campionato. “L’errore è umano e va accettato”, ripete Collina difendendo l’introduzione del quinto arbitro. Andatelo a spiegare ai tifosi dello Shakhtar, sconfitto in casa dall’Athletic Bilbao in Champions a novembre anche grazie a un nettissimo mani nell’area degli ospiti non segnalato dal quinto arbitro Oliver al direttore di gara Clattenburg. In fondo, già all’alba del loro utilizzo gli addizionali dovevano sollevare i primi dubbi: agli Europei del 2012 un gol fantasma giudicato male dall’arbitro d’area Vad costò a lui il posto e all’Ucraina l’eliminazione dal campionato organizzato in casa. Provate a dirgli, adesso, di accettare l’errore.

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Fonte: Repubblica

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