Il nostro amore per le maglie senza strisce

Partiamo da qui: io non amo le magliette a strisce. Così, in genere. Anzi, a prescindere, come diceva Totò. E questo, se parliamo di calcio, rappresenta un problema, perché quelli con le magliette a strisce vincono un campionato sì e l’altro pure, mentre noi che stiamo dalla parte delle bluse a tinta unita godiamo di trionfi episodici e delusioni inesauribili dentro le quali, però, alleviamo sogni di riscatto. Cosa che poi ci rende simili alla vita più di chi riscuote puntualmente un primo posto e s’incazza quando — una volta ogni vent’anni — trova lo sportello chiuso per svista (temporanea) della buona sorte.

Le leggende senza strisce

Diciamocela tutta: dalle nostre parti, perfino i profeti di Eupalla (sia lode a Gianni Brera sempre e ovunque) hanno profili cubisti, esistenze scombiccherate dal tiro alla fune tra genio e sregolatezza. Vogliamo parlare di Maradona, Antognoni e Meroni, tre campioni che in Italia una maglietta a strisce non l’hanno mai indossata e, per motivi diversi, hanno dribblato qualsiasi cosa fuorché le trappole del destino? Ecco, noi che amiamo un solo colore siamo fatti così: ci basta una sfumatura, un tono appena appena diverso, per deragliare dai binari della sensatezza e schizzare sui terreni franosi della fantasia.

Andate e ritorni

Capiterà anche oggi appena Napoli e Fiorentina spunteranno dal ventre del San Paolo e celebreranno l’incontro fra due modi di giocare al calcio che, attualmente, non hanno rivali per efficacia e bellezza. Sarà la stessa cosa in primavera, quando s’incontreranno al Franchi per la partita di ritorno? Non siamo quelli con la maglietta a striscia, quindi abbiamo un’unica, meravigliosa risposta: boh…

Il direttore del «Corriere del Mezzogiorno» e l’incontro del San Paolo
di Enzo D’Errico
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