Gasperini: “Siamo come dei bambini sulla giostra più bella”

ZINGONIA – Tanto vale dirglielo subito.

Gasperini, mi hanno detto che lei non è un grandissimo parlatore, specialmente se deve parlare di sé. Così mi sono portato avanti col lavoro, ho chiesto un profilo a Galeone, suo allenatore a Pescara.
“E mio maestro, prima Catuzzi poi Galeone a Pescara facevano la zona, ed erano anni di guerra di religione. Cos’ha detto Galeone?”. Glielo leggo: “Centrocampista di tamponamento e posizione, bravo negli inserimenti. Intelligente e sensibile. Era lui il capitano quando arrivò Junior, e decise autonomamente di cedergli la fascia. In A, con l’arrivo di Sliskovic, non potevo garantirgli il posto da titolare e glielo dissi per tempo. Lui preferì restare, garantendo la massima disponibilità. Era un capitano vero, non giocava mai per se stesso. Tenicamente decente, più destro che mancino. Il nostro rigorista. Io continuavo a dirgli che non sapeva tirare i rigori, lui continuava a tirarli e a metterli dentro, mi sa che aveva ragione lui. Per essere un Acquario è alquanto nervosetto. Diplomazia zero. È deciso, diretto, pulito, serio e professionale. Tatticamente è il migliore che ho allenato. E tatticamente è fortissimo in panca. È poco dire che l’Atalanta ha battuto la Roma. L’ha tritata. Lunedì ho telefonato ad Allegri: Max, guarda che tu uno come Gagliardini non ce l’hai. Sul lavoro è molto pignolo, un vero rompipalle. Ma sa farsi ascoltare, sa lavorare con i giovani. Solo all’Inter gli hanno fatto la guerra perché non volevano la difesa a 3”.

Gasperini, è vero?
“Della guerra non mi sono accorto. È vero che la difesa a 3 era vista con ripugnanza. All’Inter sono rimasto troppo poco per poter fare danni. I danni li ho subìti, semmai. Poi, è stata una soddisfazione, col Genoa, arrivargli davanti”.

A proposito di Genoa, rifarebbe quello che ha fatto, snocciolando in tv i nomi dei contestatori?
“Sì. Era una situazione insostenibile, che limitava il rendimento della squadra e aveva portato a una spaccatura all’interno del tifo organizzato. Mi accusavano di aver firmato il contratto sapendo già che Preziosi avrebbe venduto i pezzi migliori. Mi è stata proposta una scorta, una cosa assurda per chi si ritiene una persona onesta. In tv ho fatto tre nomi: con due di queste persone è sopravvenuta una certa chiarezza. La terza mi ha querelato e ha perso la causa. Aggiungo che in questa storia è stato fondamentale l’appoggio della stragrande maggioranza dei tifosi genoani. Storia chiusa. Mai pensato di essere un eroe. È che certe situaziono o le subisci o ti ribelli. Oggi è troppo facile denigrare, anche fuori dal calcio, anche su basi inesistenti. Spesso mi chiedo se questo eccesso di pareri sia una grande conquista democratica oppure una grande sconfitta civile”.

Quanto le scoccia sentirsi chiamare Gasp?
“Poco o nulla. Non ho ben chiara la differenza tra gasp e gulp. Se indica un moto di sorpresa, Gasp mi va benone”.

Esaurita la fase di riscaldamento, possiamo passare all’Atalanta. Dica la prima cosa che le passa in mente.
“Può guardare queste foto?”.

Sono foto di bambini allo stadio. Si abbracciano, ridono.
“Sono state scattate domenica scorsa. Mi piace pensare che sono così felici per come abbiamo giocato. Da qualche giorno molti cercano di farmi dire che siamo come il Leicester, o che lottiamo anche noi per lo scudetto, e io rispondo con un esempio infantile. Vi ricordate di quando nei paesi arrivavano le giostre? Ecco, noi stiamo facendo un giro sulla giostra più bella, senza sapere quanto durerà il gettone, quando dovremo scendere. Posso dirle quel che ho detto al mio presidente: l’obiettivo è già raggiunto, ci salviamo tranquillamente, i nostri giovani sono sotto i riflettori e, strada facendo, ci toglieremo altre soddisfazioni. Ogni altro discorso è prematuro”.

Liedholm, al posto suo, avebbe già detto che Gagliardini è il nuovo Giannini o Caldara il nuovo Vierchowod. Lei che fa?
“Io auguro a tutti i nostri ragazzi di realizzarsi ma senza fare paragoni. Sui giovani vorrei sviluppare un discorso. Me ne intendo perché ho allenato per molti anni le giovanili della Juve”.

La interrompo. A occhio, lei ha passato un terzo della sua vita in bianconero, da bambino alla prima squadra, vista di sfuggita, come giocatore, poi come allenatore. Non è poco.
“Non è poco, dentro mi è rimasto molto. Mio padre Giuseppe, detto Gino, juventino, mi ha portato a fare un provino quando avevo 9 anni. E la Juve, nella persona di Mario Pedrale, mi ha preso. In Primavera ero compagno di Brio, Marocchino, Verza. In prima squadra solo una partita di Coppa Italia. Se non sono arrivato più in alto, significa che mi mancava qualcosa. Un po’ di forza fisica, direi oggi”.

Che non manca alle sue squadre, Atalanta ultimo esempio.
“Ci sono due tipi di squadre: quelle che aspettano e quelle che aggrediscono. Io amo le seconde. Per aggredire alto serve abitudine, mentalità, velocità, forza fisica”.

Il fatto di non essere mai stato chiamato alla Juve le sta sullo stomaco?
“No. Per due volte ho avuto contatti, quando la squadra era in B e poi ai tempi di Secco e Blanc. Alla Juve sono grato perché è stata una scuola di vita, perché mi ha trasmesso valori che oggi possono sembrare anacronistici: la disciplina, il senso di appartenenza, il rispetto dei ruoli e degli avversari. Quello che ho imparato ho cercato di insegnarlo da allenatore. Mi pagavano poco, ma mi permettevano di girare molto. Il 3-4-3 mi ha folgorato a un allenamento dell’Ajax, credo fosse il 1997. Prima, venendo dalla scuola Catuzzi- Galeone, guai a toccarmi il 4-3-3. Ma mi ero stancato di frenare il terzino destro e spingere in avanti il sinistro, o viceversa”.

Suo padre veniva spesso a vederla?
“No, mi seguiva con discrezione, sempre. Quando combinavo qualcosa di buono, lui e la mamma stappavano una bottiglia di Moscato, quello d’Asti, frizzante e leggero. Mia madre Antonietta mandava avanti una pescheria, mio padre è stato operaio e poi impiegato in una delle tante fabbrichette dell’indotto Fiat. Sono nato a Grugliasco, oggi un tutt’uno con Torino. Allora c’era più verde, sono cresciuto tra cortili e campi da oratorio. Papà aveva giocato a calcio, da dilettante, e per valutare un calciatore aveva due espressioni: l’è bôn oppure l’è nen bôn. Formula sintetica, che mi piacerebbe usare, ma il dialetto lo capisco e non lo parlo. Mio padre e tutti gli zii parlavano dialetto, io e i miei cugini no, forse pensavamo che esprimersi in italiano fosse una sorta di promozione sociale. Sbagliavamo. I miei li ho persi tutt’e due in meno di un mese, quattro anni fa, quand’ero a Palermo, ma mi è rimasta una gioia: ho potuto godermeli fino a quando erano vecchi”.

Torniamo ai giovani. Si diceva: povero Lippi, povero Prandelli, povero Conte, il vivaio italiano non produce più nulla di buono. Mentre da qualche mese i giovani in gamba spuntano come funghi. Cos’è, una realtà o una moda?
“Nel nostro caso, una realtà che dura da parecchio tempo. Altrove, non so dire. So che ho visto molti stranieri scarsi, so che si preferisce portare soldi all’estero, ma non sono affari miei. La vera forza del nostro vivaio non è solo nel numero di ragazzi in gamba, ma nel fatto che gente come Caldara, Gagliardini, Conti, Grassi e Sportiello gioca insieme da più di dieci anni. Kessié è cresciuto qui, Petagna arriva dal Milan e Spinazzola dalla Juve, ma lo zoccolo duro è tutto bergamasco. Percassi, il nostro presidente, ha giocato con questa maglia ed è bergamasco. Credo che così sia più facile, quasi naturale, allestire un buon vivaio, trasmettere il senso d’appartenenza. Mi piacerebbe che il presidente del Pescara fosse di Pescara, quello del Bari di Bari, quello della Spal di Ferrara, quello del Napoli di Napoli. Non è una questione politica né di campanile. Penso ci sarebbe più passione e meno calcolo”.

Che allenatore pensa di essere?
“Cerco di essere professionale. Non faccio il confessore o il fratello maggiore dei giocatori. Non cerco il dialogo a tutti i costi. Quello che ci unisce è la professionalità. Se qualcuno mi cerca, sa dove trovarmi. Mi ritengo una persona discreta ma so affrontare i problemi. Piemontese falso e cortese, neanche un po’. La falsità è la cosa che odio di più nelle persone e nelle reazioni sono troppo schietto e immediato per essere cortese. E comunque tifo per i giovani, non solo i nostri, non solo i calciatori. Ai giovani abbiamo complicato la vita, ci siamo mangiati un pezzo del loro futuro, ma sono in grado di costruirne uno migliore”.

Da persona discreta, com’è che mette insieme tante espulsioni?
“In genere per l’interpretazione dei contrasti. Il calcio è uno sport di contatto, non è che ogni volta bisogna fischiare e spezzettare il gioco. Molti contrasti puliti in Italia sono puniti. È vero che potrei controllarmi di più. Chissà, forse ho una doppia personalità. Sto scherzando, è già tanto averne una”.
 

Fonte: Repubblica

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