Testo di Carlo Ferrajuolo – foto Archivio Pasquale Della Monaco ed Oscar Postiglione
Pasquale Della Monaco, figlio illegittimo di Eduardo Scarpetta. In Italia e all’estero ci sono stati tantissimi casi del genere. Basta, ricordare la vittoria legale di Fabio Cavilli che ha finalmente dimostrato di essere il figlio di Domenico Modugno, riapre la lunga lista di figli riconosciuti solo dopo, da Maradona Jr a Liv Tyler, da Manuela Villa a Giuseppe Falcao, tra aspre battaglie in tribunale e sensi di colpa. E’ difficile parlare con semplicità della famiglia di Eduardo Scarpetta per le tantissime chiacchiere, malignità e pettegolezzi proliferati a giusta causa e non attorno alla sua vita privata.
E’ certo che egli non fece nulla per cercare di impedire o almeno arginare la marea di voci che circolavano sul suo conto; certamente erano altri tempi ed esistevano altri modi di leggere i comportamenti privati di un personaggio noto, anzi stranoto. <<Sono nato a Napoli in una famiglia decorosa e rispettabilissima – racconta Della Monaco -, mia madre appassionata di musica e papà orologiaio. I miei genitori abitavano verso Posillipo, sulle rampe di Sant’Antonio. Durante la seconda guerra mondiale, furono costretti a trasferirsi in Via Giorgio Arcoleo, nelle vicinanze dell’Agorà Morelli, per il ricovero antiatomico>>. Lei è nato a Posillipo o in Via Giorgio Arcoleo? << Bella domanda…La mia storia nasce in Via Arcoleo, tra il civico 37 e il 19. Al civico 37 abitava una signora che desiderava un figlio, mentre al civico 19, abitava in casa Muti (la famiglia del grande maestro Riccardo), una donna calabrese dal nome Vincenza Gullace che aspettava un bambino. Queste due donne abitando vicine diventarono amiche. Un giorno ebbero appuntamento e andarono in Via Vittorio Colonna al Palazzo Scarpetta, dove al primo piano una signora Scarpetta elegante e raffinata, decideva le sorti di questo bambino che stava nascendo>>. Come ha saputo e quando è venuto a conoscenza che lei era figlio di Eduardo Scarpetta? Insomma lei è nato due volte…<< Risale al tempo in cui ho appreso la verità,
a circa 40 anni, anno 1987. Fu proprio mio padre nell’ ennesima lite sulla mia vita d’ arte a consegnarmi la notizia, in uno sfogo, mentre mia madre adottiva, Vincenza Caruso, aggiunse esattamente i particolari. Non ho mai capito se fosse più la rabbia o il sollievo. Le uniche carte che potevano testimoniare sono scomparse, strappate dai libri dell’Archivio storico d’ospedale del Vecchio Policlinico, ormai settanta anni fa. Mia madre naturale Vincenza Gullace era calabrese. Sono andato perfino a Locri, anni fa, a cercarla; ma era emigrata in America. Dissero che si era fermata a Napoli quell’anno, ma era spesso a Roma. Anche i testimoni tutti scomparsi>>. Neanche una carta timbrata, un testimone, una traccia formale della “parentela”. E allora? <<All’epoca gestirono la cosa con furbizia e classe. Solo strane coincidenze. Come il fatto che sono sparite le pagine concernenti la settimana in cui furono insieme le due donne, mia madre naturale e quella adottiva, al Policlinico. Ci sono stato per giorni in quegli scantinati: quelle pagine mancano>>. Lei non ha mai affrontato battaglie in tribunale? Perché? <<avendo avuto un’eredità artistica a livello genetico, dimostrandolo con i fatti, con quello realizzato negli anni, non m’interessava e non cercavo il bene materiale, ma solo l’affetto che mi spettava. La mia è la storia di un uomo con il coraggio di fare verità attorno a sé. Cui la piccola fama già costruita consente di non chiedere «altri cognomi né alcuna eredità cui appartenere, che non sia quella culturale, magari emotiva. Basta>>. Suo fratellastro Mario era a conoscenza di questa storia? << Al primo tentativo di raccontare questa storia, mi è sembrato di cogliere fastidio. Non so, legittime ritrosie. Volevo andare al suo funerale, ma molti me lo sconsigliarono>>. Come era da bambino? Si ricorda la sua infanzia… <<Ero un bambino che notava le differenze sociali, riservato, ma molto determinato. I miei genitori spingevano per farmi studiare ragioneria, mi volevano un rampante ragioniere,
ma io amavo l’arte, il disegno, mi piaceva il teatro ed ascoltare musica classica. Il mio Dna era ribelle, irrequieto! Per la gioia dei miei genitori mi feci bocciare in ragioneria, per iscrivermi poi all’Istituto D’Arte e poi all’Accademia di Belle Arti >>. Lei poco più che ventenne realizza, il suo punto di osservazione, studio, incontro, fulcro artistico sulle Rampe Lamont Young sulla collina di Pizzofalcone… Uno spazio che sembra interamente scavato nel tufo e lì inizia la sua nuova vita… <<Sì, ero molto giovane e m’innamorai di questo luogo. Quarant’anni di strada per aprirmi un varco nel mare di Napoli. Un Mosè pescatore? Nulla di tutto questo. Mi posso definire un artista costante e poliedrico, dalle numerose frecce in un arco ereditato da una memoria genetica e da un cognome negato. Quattro genitori: per un pittore, ceramista, regista, ideatore di spettacoli, creatore di orchestre a plettro e bande musicali, varie compagnie teatrali, ideatore dei premi Lamont Young e Vulcano Metropolitano negli anni novanta. Spesso la pseudo borghesia si chiedeva: ma come nasce questo Della Monaco a chi appartiene? Il mio studio “Centro Incontri delle Arti -0817646241” è diventato negli anni passerella di stranieri e giovani artisti. Negli anni 70 Pupella Maggio e Roberto Murolo erano di casa al mio centro. Una sera, durante uno spettacolo, il maestro Murolo esaltava l’acustica del mio studio e mi disse senza pensarci due volte e con molta confidenza che ci legava…Pasquale perché non organizzi serate, concerti qui allo studio? Pupella approvò subito l’idea del maestro è tutto inizio negli anni 70>>.
Nella sua vita ha anche insegnato? <<Amavo l’insegnamento, ma a Napoli era difficile. Presentavo sempre una cartellina artistica e un curriculum, ma era sistematicamente cestinato. Un giorno, con pochi soldi in tasca, presi il treno e partii per la volta dell’Italia settentrionale. Arrivai in provincia di Bolzano, a Brunico, avevo circa vent’anni e diventai professore di disegno e storia dell’arte. Uno dei miei sogni inseguiti, si realizzò>>. Che personaggi sono passati per il suo studio? <<Mario Pomilio, Orchestra Scarlatti, Ammiragli, Consoli, Ambasciatori e capi della Nato. La compagnia di Eduardo De Filippo, Pupella Maggio, Roberto Murolo, Enzo Gragnaniello, Tony Cercola, Il maestro Roberto De Simone, Eugenio Bennato, Remo Brindisi, Peppe Barra, critico d’arte Paolo Perrone Buraly d’Arezzo, il sindaco Lezzi e il sindaco De Magistris>>. Si considera uno scopritore di talenti, un pittore, un regista teatrale?
<<Semplicemente un’artista a 360°, con la voglia d’imparare e di fare, un’artista non si deve dedicare soltanto ad un settore, io amo il teatro, però non mi piace solo la prosa, in uno spettacolo di mia creazione, ci inserisco i mimi, brani di musica classica, la danza in poche parole “tutto”. Un happening dadaista!>>. A cosa sta lavorando ora? <<Un sogno nel cassetto? Nel 94, ho fatto già due volte uno spettacolo sulla rivoluzione napoletana del 1799, come ideatore e regista in due bellissime sedi, una all’Istituto Italiano agli studi filosofici, dove si è svolto in tre saloni attigui, nei quali in modo sequenziale, si susseguivano le scene dello spettacolo e con il supporto di grandi schermi è stata assicurata la visione completa in tutti e tre gli ambienti; l’altra al Teatro Grande di Pompei, naturalmente con tante difficoltà, ma queste mi hanno come si dice – vaccinato e provato. Il tema della rivoluzione, a me tanto caro, come passaggio storico, l’ho proposto e realizzato in altre sedi, tra cui ricordo, Il teatro di corte di Palazzo Reale, Il Tunnel borbonico e Piazza Del Plebiscito>>. Lei ha riportato alla luce anche una tradizione storica popolare chiamata ‘Nzegna che non si faceva più dal 53…Ne vogliamo parlare? << In origine, Re Ferdinando e la sua corte andavano ad assistere nel mare di San Lucia i riti intitolati a Poseidone e Nettuno. Festa, farine e forca erano le tre “F” con il quale secondo Ferdinando II di Borbone si doveva governare un popolo. Infatti fu soprattutto durante il suo regno che a Napoli si diffusero importanti celebrazioni, alcune delle quali sopravvissute anche all’Unità d’Italia. Fra queste si ricorda in particolare la Festa della ‘Nzegna, una festività marinaresca organizzata in onore della Madonna della Catena, che divenne la più importante per il capoluogo campano dopo la Festa di Piedigrotta. i celebrava, ogni anno, l’ultima domenica di agosto e aveva per protagonisti un gruppo di luciani, e cioè abitanti del borgo di Santa Lucia, che si riunivano all’esterno della chiesa di Santa Maria della Catena
per poi arrivare al Castel dell’Ovo. I “luciani” erano conosciuti in tutta Napoli poiché fornivano il più alto numero di marinai alla flotta borbonica. Per l’occasione indossavano l’abito nuovo e un berretto rosso. A seguirli una folla di scugnizzi e un “pazzariello” che faceva da giullare. Durante il tragitto, arrivato in piazza Plebiscito, si aggiungevano al corteo numerosi finti cortigiani e un uomo e una donna, di una certa età, travestiti da re Ferdinando I e dalla regina Maria Carolina a bordo di una carrozza. Spesso però queste persone non erano gli unici Reali a partecipare alla festa poiché non era difficile vedere tra la folla lo stesso re borbonico, prima Ferdinando I e poi Ferdinando II, che assisteva divertito alla manifestazione. Arrivati al molo tutti i partecipanti salivano su delle imbarcazioni contraddistinte da bandiere e insegne colorate, da qui il nome ‘nzegna. Durante il rito molti, tra marinai e pescatori, venivano però gettati in mare, per un bagno purificatore, per poi essere ripescati in un secondo momento>>. La sua è stata una rivisitazione? <<Ho voluto fortemente coinvolgere il quartiere ed il popolo del Pallonetto Santa Lucia. Giovani, giovanissimi ed anziani scelti tra gente comune vestita con costumi dell’epoca e non attori professionisti, dove sono stati recitati alcuni passi del 1799>>. Come pittore sta preparando qualcosa? <<Si, a marzo farò una mostra al Pan di Napoli. La pittura è stata un pò l’inizio, il teatro per me è un’evoluzione della pittura ho sempre dipinto attori, clown, credo che il teatro sia una rappresentazione di ciò che uno ha dentro un pò più difficile, rispetto al rapporto che sia con la tela… è più diretto. La commedia umana, il circo infinito della vita. Sono un’espressionista mediterraneo, la prima mostra personale l’ho fatta a 15 anni in una casa privata a Parco Musso, poi con il tempo ho creato un connubio tra tetro e pittura>>. Qual’è stata una delle sue mostre pittoriche più importanti? <<Nel 1983 ho realizzato una mostra Antologica tenutasi al Castel dell’Ovo di Napoli, è durata un mese circa nella quale era possibile visionare ben 400 opere. Successivamente si è tenuta in Germania ad Aquisgrana nell’Aula Carolingia, una chiesa sconsacrata con una suggestiva atmosfera>>. Lei ha partecipato in diversi paesi europei con le sue mostre…<<Si, mostra itinerante in Germania e Olanda che mi hanno organizzato l’Ambasciata italiana a Bonn e la regione Campania>>. Ha fatto spettacoli anche alla Cassa Armonica della Villa Comunale? <<Negli anni 90 creo in Villa Comunale il salotto di tutti nel giardino di Napoli per napoletani e turisti stranieri. Tutte le domeniche alle ore 11, gli stessi personaggi del mio studio arrivavano in villa Comunale per i concerti con la presenza dei carabinieri a cavallo per ordine pubblico, mandati dal colonnello Razza, comandante provinciale dei carabinieri>>.
Oltre all’arte vera e propria, possiede “l’arte diplomatica” riunendo in ogni sua manifestazione tutti i consoli, presenti a Napoli; come fà? <<Tutto è nato nel 1979, volli fare un omaggio a tutti i consoli presenti nella città, l’invitai nel mio studio piccolo e difficoltoso a raggiungere, …ma con il bel panorama e una bella poesia si creò una piacevole atmosfera, che fece sentire tutti a casa propria>>. Com’è nata la manifestazione sui “bersaglieri” che organizza ogni anno? << Mi sono documentato sui Bersaglieri che avevano la sede nella caserma Bixio, a via Monte Di Dio, dove tutt’ora risiede la Polizia. Il desiderio di ricercare un evento che potesse valorizzare le Rampe ed aprirle a tutti…non la mostra, il concerto che può essere un incontro di élite; inoltre la vicinanza dell’ex caserma dei bersaglieri, ove un tempo questi facevano “la corsa-allenamento” nel ritirarsi in caserma, ha dato lo spunto per la nascita di questa manifestazione che ho chiamato “corsa storica” e che già da oltre 10 anni si svolge nel mese di maggio o a settembre, secondo gl’impegni della fanfara e il plotone d’onore>>.Lei si ritiene un personaggio qui a Napoli, o un figlio che fa di tutto per evidenziare che qui esistono persone che possono dare molto alla città ed alla società intera? <<Forse più questo, rimango un po’ male quando qualcuno dimentica le cose che ho fatto e quante persone ho coinvolto…però a volte lo fanno anche di proposito. Credo che nella città abbiamo molte risorse, soprattutto i giovani, i quali andrebbero valorizzati, aiutati coloro che hanno talento ma che non riescono da soli ad emergere. Mancando i maestri i giovani non possono andare molto lontano e si perdono nell’inezia>>. Com’è stata la sua esperienza con il teatro San Carlo… Lei nel 97 fu nominato consigliere del Consiglio di Amministrazione? <<Per me era una grande missione. La prima mossa non feci eliminare il corpo di ballo, tradizione storica in un teatro storico. Proponevo di utilizzare per le opere liriche le migliori voci del coro, senza pagare fior di quattrini a nomi altisonanti. Questa esperienza mi permise comunque di vedere da vicino tante cose che escono più dalla testa che dal cuore, tante parole che celano altri fatti. Ho imparato come ci si esprime per non dire niente…questo lo sapevo già, toccare con mano è stata tutta un’altra cosa. Poter constatare che certe risorse di casa sono state abbandonate: intendo il corpo di ballo, la falegnameria, i laboratori. Tutto lavoro per i giovani che potrebbe essere creato attraverso corsi di formazione, con l’attuale legge regionale. E’ chiaro che se non si inizia non si potrà mai arrivare ad una concretezza>>. Questo vulcano metropolitano d’idee che dimora sul monte Echia si ritiene più un greco, un romano o uno spagnolo-borbonico? <<Sarei troppo presuntuoso se mi reputassi un greco, ma mi sento più un greco; ho organizzato alcune manifestazioni che potevano richiamare i templi greci, come “Il ritorno delle Sirene alate”. Però non potrei disprezzare il grande Carlo di Borbone>>. La differenza tra la comicità di Chaplin, Totò e Scarpetta…<< Scarpetta è stato il primo che ha tolto la maschera all’attore e l’ha reso personaggio, individuo. Eliminando la farsa scurile, dei commedianti analfabeti. Ha evidenziato l’ignoranza della piccola borghesia da provincia, che faceva desiderare al servo dignitoso, la sua imitazione. Chaplin poeta della vita, sottile umorista, melanconico, Totò finto burattino. Entrambi raccontano del trama sociale, posture e volti segnati, che parlano in silenzio delle offese, trasformate in dolcezza e carezza>>. Lei ama anche Carmelo Bene e il suo teatro… <<Chi conosce Bene e il suo teatro, sa che la sua singolarità è assoluta. Proprio in virtù di questo suo eclettismo e competente attivismo vale anche per lui quella definizione di ‘uomo-teatro’ che Jean-Louis Barrault propose per Antonin Artaud: con ciò non si vuole oscurare ma al contrario esaltare in Bene il ruolo e il modo dell’attore, che resta la definizione più adeguata alla sua complessa figura di artista: l’’attorialità’ – termine da lui coniato – è una qualità insieme centrale e trasversale che unifica e persino annulla in sé tutti gli altri ruoli che partecipano del mestiere e dell’arte scenica. E, anche se a più riprese lo stesso Bene scelse di definirsi altrimenti (non-attore, artefice, operatore…), è l’Attore che – attraverso e dopo di lui – assume finalmente la maiuscola perché diviene la sintesi fra una sapienza scenica ad ampio raggio e una esperienza teatrale di chi è padrone assoluto dei propri mezzi>>. Pasolini e Fellini anche due grandi maestri per lei… < <Fellini maestro dell’onirico, ingessa la provincia che diventa un paese dei balocchi, una carrellata di umanità genuina e generosa. Sogna e fa sognare per alleviare lo spirito. Poeta della semplicità della purezza, dell’incanto, una realtà senza fini materiali. Pasolini proiettato al futuro, i suoi scritti giornalistici sono ancora attuali>>. Ci racconti la sua opinione in merito all’incendio del Castello Lamont Young? <<Marzo del 2000. Ogni volta che penso a quei momenti mi piange il cuore. Una distruzione disumana, tante mezze calze a cantare per i propri interessi. La collina di Pizzofalcone, il tempio di Napoli, dove nacque Partenope, non può morire nell’incuria e nell’abbandono>>. Nel 2015 l’Istituto Grenoble di Napoli gli ha assegnato un grande riconoscimento…<<Si, sono stato premiato per la mia attività cinquantennale, una grande soddisfazione, dopo 50 anni di opere teatrali, spettacoli, mostre antologiche>>. Che cos’è per lei Napoli? << Amo Napoli, l’odore del mare che arriva su queste rampe, Un palcoscenico a cielo aperto, ma anche un dolce veleno>>. Lei è anche molto tifoso del Napoli? <<Amo il Napoli come squadra di calcio. Ricordi le partite di Vinicio, Juliano, e tanti altri calciatori. Il grande musicologo Roberto De Simone, al San Carlo, ha esaltato il valore dell’oro di Napoli, ereditato dell’ancestralità, dell’antica origine greca, creando in inno a Iside, omaggio musicale a Diego Maradona. Allo stadio tutti uniti per il riscatto della collettività. Il tifoso napoletano è unito, senza rassegnazione, vuole vincere e dividere con gli altri la vittoria. Non è il calcio ma l’uguaglianza e la libertà diventa forza, emozione corale: riscatto>>. Cosa ne pensa di De Laurentiis? <<il merito ad Aurelio De Laurentiis di aver fatto ritornare in vita una squadra ormai finita. Ha in mano la Napoli verace, autentica, confidiamo che dia messaggi scelti di cultura, al suo migliore pubblico, cioè quello dello stadio San Paolo>>. Cosa ne pensa della squadra? <<Costruita bene quest’anno con grandi innesti giovanili, di grande prospettiva futuristica>>.