Calciatore per un giorno, tifoso Burnley a vita

Durante il riscaldamento osservo compagni e avversari: qualcuno resta immobile, a bocca aperta, altri corrono dietro al pallone ridendo senza un perché, c’è chi si sdraia sull’erba. Siamo tornati bambini. Uno, in preda al delirio, cerca addirittura di farsi dei selfie mentre calcia in porta. Ultime indicazioni da parte dell’allenatore (solitamente una vecchia gloria del club) e poi si fa sul serio. Foto di gruppo, strette di mano, calcio d’inizio. Tra compagni ci si trova e ci si conosce lì, al momento, per cui tutto ciò che concerne l’aspetto tattico della gara è lasciato all’improvvisazione dei singoli. Si sa solo che si gioca col 4-4-2 in onore della tradizione inglese, con la nostra piccola colonia di “italians” che prova a portare un tocco di fantasia.

Anche lo spirito è tipicamente anglosassone: nessuno si risparmia o tira indietro la gamba, tutti urlano indicazioni incomprensibili come se ci si conoscesse da una vita, ci si applaude e incoraggia a vicenda. Come facciamo io e quella sorta di Gerrard con i piedi e la foga di Stig Toefting, che mi lancia in profondità. Molta profondità. Il terzino che copre le mie scorribande sulla fascia ringhia, sbuffa e non si nega mai una chiusura in scivolata: mi dice di stare avanti, che dietro ci pensa lui. Nell’altra squadra, al centro della difesa, c’è un tizio alto e smilzo, piuttosto anziano. Il 10 è la sua fotocopia con trent’anni di meno: sono padre e figlio. Sulla corsia destra, invece, trotterella un signore che gioca con gli occhialini legati sulla nuca, e impietoso arriva il soprannome di “Thorpe” che lo accompagnerà per tutta la gara. Quello che tutti chiamano “John Terry” (provate a immaginare il perché), invece, sta cercando di stabilire un qualche tipo di record, visto che si è iscritto a una decina di partite come questa e farà una specie di tour per gli stadi inglesi. Il giorno seguente, per dire, sarebbe volato a Nottingham. Qualche scarpata vola, come è normale che sia, ma poi ci si rialza e ci si abbraccia un secondo: il tempo di dirsi che va tutto bene e poi ognuno riparte per la sua strada. Niente a che vedere con i nostri calcetti “tra amici” del martedì sera, in cui ci si accapiglia per una rimessa laterale, si mandano a quel paese i compagni per un passaggio sbagliato e si ha come unico fine la vittoria. Sembra la solita retorica, quella del calcio inglese e del terzo tempo, ma è tutto vero. C’è anche la tipica pioggerellina.

Fonte: Sky

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