Vecino uomo del destino: una questione di garra

Breve storia della “garra charrua”

La chiamano “garra charrua”, ed è quell’attitudine tutta uruguagia che porta i giocatori a dare tutto, anima e corpo, sempre, fino all’ultimo istante, sapendo bene che non è mai finita finché non è finita. Non è traducibile, somiglia alla grinta ma è qualcosa di più, è assieme voglia di vincere e di non arrendersi, una specie di “ingrediente” segreto e inimitabile – perché la garra o ce l’hai o non ce l’hai, di sicuro non te la inventi e non la alleni – che ha fatto sì che un piccolo Stato di appena 3 milioni di abitanti potesse sfornare nei decenni campioni assoluti come Ghiggia e Schiaffino, Francescoli e Recoba, Cavani e Suarez. Vecino non sarà al loro livello, ma ha “l’artiglio”. Quello che lascia il segno.

Un mito, quello della garra charrua, che nasce ben prima che l’Uruguay faccia piangere il grande Brasile nella finale mondiale del 1950; bisogna risalire al 1935, 3-0 all’Argentina in finale di Copa America e i giornali di Buenos Aires che commentano così: “Gli attacchi sono argentini, i gol uruguagi. Hanno tredici abitanti e undici sono calciatori professionisti. E ci hanno battuto”. Oppure, per dirla con le parole di un altro argentino, Jorge Valdano, si potrebbe affermare che l’Uruguay “è uno di quei Paesi dove dovrebbero mettere delle porte di calcio alle frontiere. Quel Paese altro non è che un gran campo di football con l’aggiunta di alcune presenze accidentali: alberi, mucche, strade, edifici…”. Ed è lì che si coltiva la garra.

Fonte: SkySport

Commenti

Questo articolo è stato letto 579 volte