La crisi del Napoli è tattica, lo smarrimento psicologico è una conseguenza

Questo è il Napoli, oggi

La partita giocata contro l’Udinese fotografa perfettamente il momento attuale del Napoli. Alla Dacia Arena, la squadra di Gattuso è riuscita a mettere in difficoltà gli avversari solo nei (pochissimi) segmenti in cui ha giocato con una certa intensità. Parliamo dei primi minuti di entrambe le frazioni di gioco, quando il possesso è apparso fluido, veloce, e ha portato gli azzurri a creare uniche, vere occasioni da gol. In tutto il resto della partita, abbiamo invece assistito a una sfida tra una squadra tatticamente organizzata in tutti i suoi aspetti – l’Udinese – e un’altra che, invece, non riusciva a esprimere un’idea tattica efficace che non fosse il possesso di palla arretrato. Una squadra che, senza esagerare, dava l’impressione di poter entrare nell’area avversaria solo grazie all’intuizione di un singolo, oppure attraverso una manovra casuale.

È questa la sensazione tattica più potente lasciate dalle partite del Napoli, nelle ultime settimane. Strettamente collegato a questo aspetto, c’è una percezione di fragilità mentale, di tendenza all’errore gratuito e poi allo scoramento. Questa caratteristica emotiva va però ricondotta alla mancanza di certezze tattiche. Del resto il calcio, soprattutto nell’era moderna, è un gioco organico, ha un’anima sequenziale: è praticamente impossibile che una squadra possa essere efficace in difesa se non riesce ad attaccare bene, e viceversa. E allora è come se la squadra di Gattuso si sgonfi completamente subito dopo aver commesso un errore – e quello di Rrahmani a Udine è solo più evidente, ma non meno ingenuo, rispetto a quello di Fabián Ruiz in occasione del rigore concesso allo Spezia – e infatti il tecnico ha parlato di questo anche nel postpartita di ieri. Di come la sua squadra «non sappia annusare il pericolo».

Come detto anche sopra, però, la questione non può essere solamente psicologica, o di atteggiamento. La tattica, o meglio la mancanza di tattica, ha avuto e ha un peso nel momento complicato che sta vivendo il Napoli. Ma vediamo perché abbiamo scelto queste parole così severe, ovviamente in base all’andamento della partita di ieri, per descrivere la squadra di Gattuso e quella di Gotti.

Il solito Napoli

Cosa vuol dire che l’Udinese è stata «una squadra tatticamente organizzata»? Semplicemente, gli uomini di Gotti sapevano cosa fare in campo. Avevano un piano, dei meccanismi da attuare in tutte le fasi di gioco. Non è una questione di modulo o quantomeno le spaziature in campo sono solo una conseguenza dei principi di gioco attuati. L’Udinese è una squadra che si difende bassa e compatta a ridosso della propria area, e che cerca di ripartire in velocità affidando a De Paul il compito di ribaltare l’azione. Per Gotti, si tratta di una scelta coerente con le caratteristiche dei giocatori che ha a disposizione: Lasagna è bravissimo ad attaccare la profondità; De Paul sa fare tutto, sa farlo bene, ma soprattutto è eccezionale nell’esercitare regia in situazione dinamica, correndo palla al piede; i tre difensori centrali schierati oggi, Rodrigo Becão, Kevin Bonifazi e Samir, sono tutti più alti di 187 centimetri.

In alto, dal sito della Lega Calcio, i dati sul baricentro di Udinese e Napoli; sopra, vediamo il 5-3-2 della squadra friulana schierato tutto nella propria metà campo, con la linea difensiva a ridosso e dentro l’area di rigore, a protezione.

Partendo da qui, da questi nomi, da queste cifre come volete che giochi l’Udinese? Gotti non fa altro che mettere in condizione i suoi giocatori di rendere al meglio. Non sarà un calcio particolarmente innovativo o sofisticato, ma è stato redditizio nella gara contro il Napoli: i friulani, infatti, hanno tentato 17 volte la conclusione, esattamente come il Napoli; rispetto agli azzurri, hanno messo insieme più tiri in porta (8-6) e più tentativi dall’interno dell’area di rigore (12-10).

Il dato più significativo, però, riguarda il numero di tiri nati da azioni manovrate: 11-7 per la squadra di Gotti. I dati non mentono: l’Udinese è una squadra che aveva un obiettivo tattico, e che l’ha raggiunto. Ha perso la partita, esattamente come il Napoli ha perso contro lo Spezia, ma la differenza sta proprio nei valori. Nel fatto che la squadra di Gattuso ha perso contro un avversario molto inferiore. E che è riuscito a vincere, contro un altro avversario inferiore, senza riuscire a manifestare un’identità tattica neanche profonda, ma almeno riconoscibile.

Due azioni classiche dell’Udinese. È evidente, guardando queste immagini, come gli spazi che si aprono a centrocampo non sono dovuti al fatto che il Napoli giochi con due centrocampisti piuttosto che tre, quanto al fatto che debba portare molti uomini in avanti per consolidare il possesso offensivo. A quel punto, un errore in appoggio o un’intuizione difensiva di un avversario può dare il via ad azioni di ribaltamento pericolose come queste.

Sì, perché basta rileggere la formazione azzurra scesa in campo alla Dacia Arena per rendersi conto dello scollamento tra intenzioni e realtà. Tra allenatori e giocatori, tra giocatori e giocatori. Se il Napoli aveva l’obiettivo di risalire il campo con il possesso palla con la costruzione bassa, perché schierare dall’inizio Meret, Manolas e Rrahmani, ovvero un portiere e due centrali che fanno fatica ad andare oltre il passaggio corto e ravvicinato ed elementare? Perché schierare Hysaj, un terzino sul piede debole, tra l’altro sulla fascia di Insigne, ovvero del giocatore che più di tutti ha bisogno di ricevere il pallone in maniera pulita, precisa, così da poter fare da regista offensivo? Perché schierare Lozano, un esterno destro d’attacco che è bravissimo ad attaccare la profondità, ad affrontare gli avversari uno contro uno?

La risposta a queste domande è semplice: perché Gattuso non poteva fare altrimenti. Non c’erano alternative, considerando che Udinese-Napoli è stata la terza partita in sette giorni. E che tra tre giorni c’è la Coppa Italia, e poi ancora quattro giorni dopo ci sarà Napoli-Fiorentina. E allora, come detto tante volte in questa rubrica, il Napoli è una squadra di qualità, profonda, numericamente completa. Ma è assemblata male.

Tutto molto confuso

A Udine, il leader tecnico eletto degli azzurri, Lorenzo Insigne, era uno dei tre giocatori in campo dal primo minuto che ama (amerebbe) giocare in una squadra che fa possesso articolato, che cerca l’imbucata a breve distanza, che risale armonicamente il campo scambiandosi il pallone – gli altri due sono Fabián Ruiz e Zielinski. Tutti gli altri, da Di Lorenzo a Bakayoko, passando per Hysaj e Lozano e Petagna, hanno caratteristiche diverse. Non sanno fare bene ciò che Insigne vorrebbe dai suoi compagni.

E allora la manovra del Napoli risulta necessariamente lenta e prevedibile. La squadra di Gattuso fa fatica ad arrivare a Insigne, o anche a Zielinski – i due motori creativi – se il pallone deve passare da Meret a Manolas, da Manolas a Rrahmani, da Rrahmani a Hysaj e poi a Bakayoko. Un dato su tutti, per far capire cosa intendiamo: il giocatore del Napoli con il maggior numero di passaggi tentati (97) è stato Elseid Hysaj. Non proprio un calciatore avvezzo a fare regia, ecco.

Hysaj sta per ricevere questo pallone, sul suo piede debole. L’Udinese è schierata con il suo canonico 5-3-2 in fase difensiva. Ora, un terzino sinistro con un piede educato e/o una buona qualità nel passaggio lungo o corto, avrebbe diverse soluzioni per provare a forzare il sistema avversario. Hysaj sparacchierà la palla con il sinistro, cercando Insigne e non trovandolo.

Se Insigne non può esaltarsi in un contesto del genere, è francamente inspiegabile che Gattuso continui a insistere su questo approccio. Su certi meccanismi. Allo stesso modo, la vivacità anche solo potenziale di tutti gli altri – Lozano su tutti – risulta sgonfiata da questa scelta di restaurazione. In una delle rare azioni sviluppate sulla destra, Lozano ha conquistato il rigore; pochissime volte l’ex Psv è stato lanciato nello spazio in situazione dinamica, tutte le volte che il Napoli ci ha provato, e ci è riuscito, Lozano ha risposto creando qualcosa – ha finito la gara con 3 passaggi chiave, un dribbling riuscito e soprattutto 5 falli subiti.

Si tratta di numeri importanti, eppure la sensazione è che il Napoli abbia fatto troppo poco per metterlo in azione. O meglio che ci abbia provato troppe poche volte. Anche questo è inevitabile: se la squadra deve praticare il calcio che piace a Insigne, un calcio di possesso e di scambi sincopati e ravvicinati, non può parlare la lingua di Lozano. Non è un’accusa o un giudizio di merito, piuttosto una semplice constatazione di incoerenza. Di incongruenza.

Nei primi minuti, come detto, il Napoli ha mosso palla velocemente, quindi ha creato i presupposti per mettere in difficoltà l’Udinese. Qui libera Lozano in una delle sue situazioni preferite: il duello in velocità con il difensore avversario. Che spesso non può fare altro che metterlo giù, come in questo caso.

Stesso discorso vale per l’ingresso di Llorente al posto di Petagna, una vera e propria mossa della disperazione. È un’assurdità tattica ma anche progettuale: l’ex centravanti di Juventus e Siviglia ha 35 anni, e fino a tre settimane fa era completamente fuori dal contesto-Napoli, non solo come giocatore, ma anche come atleta professionista. A Udine, esattamente come contro lo Spezia, Gattuso l’ha ripescato, l’ha richiamato in causa per cercare di dare un’alternativa a un gioco offensivo a dir poco stagnante.

Certo, su questa (ennesima) decisione senza un reale fondamento tattico pesano le assenze di Osimhem e Mertens. Ma resta il fatto che il Napoli non ha giocatori in grado di azionare costantemente Llorente. Anche perché, non essendoci altri attaccanti come Llorente in rosa, non avrebbe senso cercare tanti cross, oppure passaggi verticali sulla figura all’interno dell’area di rigore – azioni in cui Llorente si esalta. Petagna, che pure ha una fisicità (abbastanza) simile a quella del centravanti basco, ma si muove in un altro modo. Quindi va servito in un altro modo.

La partita di Udine e la sindrome di Suso

Dal punto di vista tattico, la partita tra Udinese e Napoli è (stata) tutta qui. Da una parte una squadra che, nel suo piccolo, sapeva cosa fare e l’ha fatto bene. Dall’altra, un gruppo di buonissimi giocatori che vanno a strappi, a sprazzi, che provano sempre a partire dal basso ma poi a un certo punto non sanno come far progredire il proprio gioco. Che ci riescono quando tengono un ritmo alto, e allora il gap di qualità diventa più ampio. Ma che a un certo punto, i giocatori del Napoli devono far fatica. Anche perché non possono aggrapparsi a meccanismi tattici collettivi “di rifugio”, “di ripiego”. Semplicemente, questi meccanismi non ci sono. Non possono esistere. Perché i giocatori che dovrebbero applicarli sono troppo diversi tra loro. In un contesto del genere, l’allenatore può fare poco.

E allora Lorenzo Insigne, centro di gravità della squadra di Gattuso, inizia a soffrire della sindrome di Suso, una patologia (ovviamente inventata) che colpisce i giocatori creativi, i registi offensivi che amano giocare sulla fascia a piede invertito, e che faticano a ricevere una palla pulita. Come si vede dal campetto in alto, a Udine Insigne ha toccato tantissimi palloni. Sono 82, per la precisione: Lozano è arrivato a quota 51, Fabián Ruiz e Zielinski si sono fermati a 62 e 64, rispettivamente – giusto per chiarire il range, per fare i confronti.

Tutti i palloni giocati da Insigne durante Udinese-Napoli.

Per ricevere tutti questi palloni, Insigne spesso ha dovuto aprirsi tantissimo sulla sinistra, praticamente con i piedi sulla linea laterale. Esattamente come faceva Suso nelle peggiori partite, sue e del Milan, quando giocava in rossonero. Invece la situazione migliore per trovare un giocatore come Insigne e Suso sarebbe quella di servirli dentro il campo, tra le linee avversarie, così da poter sfruttare la loro qualità nello stretto, nel servizio lungo e preciso verso i compagni, ovviamente al tiro. Partendo così largo, le giocate di Insigne risultano forzate. Spesso i giocatori dell’Udinese hanno raddoppiato, se non addirittura triplicato, la marcatura su di lui. Il gap fisico ha finito per ampliare i problemi derivanti da questa difficoltà tattica.

Due movimenti-azioni chiave per descrivere la partita di Insigne: nel frame in alto è con i piedi sulla linea laterale, pronto a ricevere l’ennesimo passaggio di Hysaj sui piedi, girarsi sul destro e provare a impostare il gioco d’attacco; sopra è nel mezzo spazio di centrosinistra, ma è chiuso da due difensori avversari, che tra l’altro sono molto più prestanti di lui. Come fa a essere pericoloso un giocatore in certe situazioni? Lo è pochissime volte, anche perché dietro di lui il possesso che dovrebbe innescarlo si rivela sempre lento, macchinoso.

In questo momento, Insigne è probabilmente l’unica risorsa che il Napoli prova a sfruttare davvero. È una situazione limitante, per la squadra di Gattuso. Anche perché lo stesso Insigne è un essere umano, non sempre può risolvere la partita da sé, con un tocco di fantasia o un tiro o un assist decisivo, e allora sarebbe giusto che l’allenatore del Napoli desse al Napoli delle possibilità alternative. Anche perché, come detto, ormai sono pochi i giocatori del Napoli in grado di esprimersi sulla lunghezza d’onda del capitano del Napoli.

Se, durante l’era-Sarri, il tecnico toscano riuscì a mettere a punto un modello di gioco in grado di valorizzare al massimo le qualità di Insigne, era sicuramente merito suo, ma anche del fatto che i vari Reina, Albiol, Jorginho, Ghoulam, Mertens e Callejón parlassero una lingua comune a quella di Lorenzo. Oggi, invece, Lorenzo guida una squadra completamente diversa che però prova a fare – e vorrebbe fargli fare – le stesse cose. Quando in realtà non è più possibile, ed è proprio questo il punto.

Conclusioni

La realtà forse è meno netta, più sfumata. Perché Gattuso ha l’alibi (enorme) dell’assenza di Osimhen, che non gli ha più permesso di lavorare sul modello di gioco verticale che il Napoli aveva iniziato ad assaggiare nelle prime gare di questa stagione. E che stava cambiando la dimensione della squadra azzurra. Il successivo forfait di Mertens ha tolto al tecnico calabrese una delle interlocuzioni preferite di Insigne, costringendolo a ripiegare su Petagna. Ovvero, un calciatore molto diverso da Osimhen ma anche da Mertens, tra loro già molto differenti.

L’alibi-Osimhen, però, non può cancellare una mancanza (ora) evidente nel lavoro di Gattuso: in questo momento, il Napoli è una squadra che fa una terribile fatica a creare azioni offensive pulite. Che, come detto in questa analisi, ci prova e finisce per sbilanciarsi e concedere spazio agli avversari. Il fatto che gli azzurri subiscono gol da sette partite consecutive (l’ultimo clean sheet risale alla gara di Crotone, giocata il 6 dicembre 2020) è un segnale chiaro, in questo senso.

Il ritorno di Mertens dovrebbe essere più vicino rispetto a quello di Osimhen. Difficilmente, almeno fino a quando non rientreranno i due attaccanti principali del Napoli, la squadra di Gattuso potrà andare oltre quanto visto a Udine, contro lo Spezia, nel migliore dei casi assisteremo a prestazioni come quella di Cagliari. Ovvero, vedremo un Napoli che non andrà oltre la somma aritmetica delle qualità (alte) dei giocatori in rosa, a cui andranno aggiunti/sottratti i bonus/malus dovuti alla condizione fisica e mentale. Per i surplus relativi alla tattica, bisognerà attendere, e nel frattempo guardare solo ai risultati.

Alfonso Fasano – IlNapolista.it
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