C’è stato un tempo in cui il calcio non era un’ossessiva e geometrica sfilata di passaggi laterali, una ragnatela sterile e prevedibile nata per addormentare il gioco e anestetizzare la passione. Quel “tiki-taka” moderno, che oggi molti celebrano come dogma ma che spesso si rivela un esercizio stucchevole, noioso e privo di verticalità, è l’esatto opposto della rivoluzione di cui Ruud Krol è stato interprete e manifesto vivente.
Krol ha rappresentato l’epopea del Calcio Totale olandese degli anni ’70, un’era in cui i difensori non si limitavano a marcare, ma impostavano, aggredivano lo spazio e partecipavano alla manovra offensiva. Quell’Ajax e quell’Olanda non aspettavano l’avversario: lo dominavano attraverso l’intensità, la duttilità e il coraggio. Krol, con la sua eleganza fiera e la capacità di ricoprire ogni ruolo della retroguardia, era il braccio armato e la mente pensante di una filosofia che intendeva il calcio come un’arte d’attacco. Quando quel vento rivoluzionario si è spostato all’ombra del Vesuvio, l’olandese ha saputo fondere il rigore geometrico del Nord con il calore e l’improvvisazione di Napoli, diventando un’icona intramontabile di un calcio romantico e coraggioso che oggi, purtroppo, sembra sbiadire dietro a un possesso palla infinito e senz’anima.
“Scelsi la A grazie a Rivera. Urlavo ‘fiori, fiori’ e non mi capivano…”
A 77 anni, Ruud Krol conserva intatta la sua filosofia di vita e di sport: cinque lingue parlate, un odio viscerale per il catenaccio e una famelica necessità di inseguire un pallone e il sole. Con un palmarès di 16 trofei conquistati con l’Ajax, l’ex difensore olandese è rimasto legato in modo indissolubile a Napoli, città che lo ha eletto a proprio re e dove ancora oggi viene accolto con enorme affetto dalle vecchie e dalle nuove generazioni.
L’approdo in Italia, voluto fortemente dal direttore sportivo Antonio Juliano che lo corteggiò a lungo fino a Vancouver, fu caratterizzato da un impatto logistico e culturale memorabile. Krol ricorda i primi mesi all’hotel Excelsior prima di trasferirsi a Posillipo e il travolgente calore dei pescatori di Mergellina sul lungomare. Ma l’aneddoto più celebre riguarda l’ambientamento sul campo: appena arrivato dopo un viaggio di 42 ore, il difensore dovette fare i conti con la barriera linguistica. Durante una trasferta ad Ascoli, nel tentativo di guidare la difesa e applicare il fuorigioco, continuò a urlare ai compagni “Fiori, fiori!” anziché “Fuori”, spingendolo la sera stessa a chiedere un insegnante per apprendere rapidamente i termini calcistici italiani.
Il legame con l’Italia ha radici profonde, nate nell’infanzia grazie al padre che lo portò a vedere una storica partita del Milan al lago di Como. Quel giorno debuttò un non ancora diciassettenne Gianni Rivera e Krol, affascinato dall’atmosfera dello stadio, promise a se stesso che un giorno avrebbe giocato in Serie A. Nella sua straordinaria carriera spicca il rapporto con Johan Cruijff, definito “un allenatore in campo” capace di rendere migliori i propri compagni e con cui Krol si tratteneva a fine allenamento per perfezionare il proprio piede mancino.
Dopo aver intrapreso la carriera di allenatore in giro per il mondo (Belgio, Svizzera, Egitto, Marocco, Tunisia), Krol ha scelto di non stabilirsi in Olanda a causa del clima, preferendo i luoghi soleggiati. Guardando al calcio attuale, esprime apprezzamento per i connazionali Malen, De Roon e Dumfries, e commenta l’attualità del Napoli. Nonostante le difficoltà legate agli infortuni, promuove la squadra azzurra e confessa che, tra la formazione scudettata di Luciano Spalletti e quella attuale di Antonio Conte, si sarebbe divertito molto di più nella prima: una squadra costantemente proiettata in avanti, specchio fedele del suo ideale di calcio.
L’epopea di Ruud Krol rimane il manifesto di un calcio in cui il difensore era il primo attaccante e il gioco era sinonimo di coraggio e verticalità. Un’intervista che non è solo una collezione di aneddoti, ma una vera e propria lezione di filosofia sportiva, un richiamo nostalgico a un’era in cui il campo era dominato da giganti capaci di pensare oltre gli schemi e di rifiutare la noia del possesso fine a se stesso.