di Vincenzo Letizia
Non servono più vocabolari, e nemmeno le attenuanti generiche dell’auspicio, per catalogare la liturgia contabile di Aurelio De Laurentiis. Il copione è un classico del genere, ripetuto con la precisione notarile delle perversioni tattiche: si inseguono i traguardi nobili per poi deviare, al momento di saldare il conto, verso il discount della decima o undicesima scelta. Con il risultato, grottesco e matematico, che il risparmio di oggi diventa l’esubero invendibile di domani. Cyril Ngonge (nella foto) ne è l’incarnazione plastica, epigono di una lista di acquisti nati non da un disegno tecnico, ma dal timore reverenziale per il portafoglio.
Tra le pieghe del Golfo resiste un adagio che non perdona: «‘O sparagn’ nun è maje guadagn’». Un sillogismo che il patron, cultore delle proprie radici torresi quando il palcoscenico richiede il colore locale, parrebbe aver smarrito nei meandri della calcolatrice.
A meno di tre settimane dal sipario della Serie A, il saldo è un azzardo sociologico. Ceduti i pezzi pregiati, il mercato azzurro è ancora un cantiere a cielo aperto, sospeso tra la retorica della Champions League e la dura realtà di un organico incompiuto. Se Massimiliano Allegri accetta l’ascesi senza battere ciglio, si deve presumere che gli siano bastate le promesse del Quirinale partenopeo. Da osservatori privi di fette di salame sugli occhi, tuttavia, resta il retrogusto amaro di un’ambizione sbandierata a parole e tradita nei fatti.