Il destino nel pallone ha la memoria lunga, ma la programmazione corta, a queste latitudini, finisce quasi sempre per presentare il conto. L’infortunio di Frank Anguissa – accolto da un coro di stizzita e puntuale meraviglia – non è una disgrazia caduta dal cielo a tradimento, casomai la fisiologica conseguenza di un’equazione scritta male fin dalle prime battute d’estate.
Si fa presto a gridare all’emergenza quando la coperta si scopre corta. Più difficile è ammettere che la struttura si è scientemente indebolita, pezzo dopo pezzo. L’addio mai davvero compensato di profili eclettici e di sostanza come Elmas, sommato alla scelta d’innestare nel telaio elementi dalla tenuta fisica storicamente fragile, portava dritto verso questo snodo. Se compri con il bilancino e scommetti sulla salute altrui, non puoi stupirti se poi il banco vince e la pancia della squadra si svuota nel momento del bisogno.
Tra una guida tecnica come quella di Massimiliano Allegri — pragmatismo d’altri tempi, votato al cabotaggio di risulta più che al ricamo — e l’ostinata decisione di congelare il mercato delle riparazioni, il canovaccio della stagione era già scritto nei dettagli: un lungo e faticoso esercizio di resistenza, un navigare a vista nel mare tempestoso del campionato.
Ciò che lascia l’amaro in bocca, semmai, è la coincidenza temporale. Che una simile politica di respiro corto vada in scena proprio nell’anno del centenario azzurro suona quasi come un contrappasso ideologico. Una ricorrenza storica che avrebbe meritato ben altra grandezza d’intenti e che invece, agli occhi di una gestione fin troppo aziendalista, rischia di ridursi all’ennesima operazione di facciata: una passerella promozionale utile soprattutto a piazzare maglie commemorative a prezzi da gioielleria. L’orgoglio di un popolo non si misura sulle etichette del merchandising, ma sulla capacità di difendere sul campo la propria storia. E oggi, quella storia, meriterebbe decisamente un altro rispetto.