L’illusione spezzata e le radici di una crisi annunciata
La situazione in casa Napoli è ben lontana dall’essere gradevole, ma descriverla come un fulmine a ciel sereno sarebbe una pia illusione. Fin dai giorni caldi dell’estate, la scelta del nuovo tecnico abbinata a una sessione di calciomercato all’insegna dell’immobilismo aveva raccolto più perplessità che entusiasmi tra la tifoseria. Oggi, di fronte all’evidenza dei fatti, anche i più instancabili ottimisti sembrano essersi arresi ai limiti strutturali di Massimiliano Allegri, palesati del resto già nel recente passato. Tuttavia, addossare l’intera responsabilità al solo allenatore rischia di nascondere la parte più imponente di un iceberg fatto di colpe ampiamente condivise.
Mancare l’appuntamento con il rafforzamento della rosa è stato un errore fatale. Non si è trattato soltanto di mancati innesti di qualità, ma della scelta scellerata di non sostituire elementi ormai logori, demotivati o palesemente inadeguati. Il gruppo squadra appare palesemente privo di serenità, trascinandosi dietro i fantasmi della scorsa stagione: la partenza del “dittatoriale” Conte si è rivelata una medicina inefficace. Molti tesserati continuano a lanciare frecciate a mezzo stampa contro la guida tecnica e il club, mentre in campo insofferenze e litigi palesano una spaccatura insanabile. Quello visto dall’esterno è un gruppo sfilacciato, incapace di fare corpo unico persino nei momenti di sofferenza agonistica.
Il paradosso tattico di Allegri e il dilemma della panchina
Questi alibi non scagionano comunque l’allenatore da responsabilità evidenti. Il suo dichiarato aziendalismo ha avallato scelte di mercato autolesioniste, una condiscendenza che ne ha probabilmente favorito l’ingaggio a scapito di profili più moderni ed evoluti. In campo, Allegri non è riuscito a imprimere alcuna identità: lacerato tra un difensivismo integralista e il tentativo maldestro di mascherarlo agli occhi di un calcio che viaggia a velocità a lui sconosciute, ha finito per proporre una squadra ibrida e inconcludente. Continui stravolgimenti tattici, esperimenti senza seguito e incomprensioni con gli interpreti completano il quadro di un caos concettuale prima ancora che tecnico.
In un contesto normale, l’esonero rappresenterebbe l’unica via d’uscita logica. Resta tuttavia un interrogativo di fondo: quale profilo potrebbe mai risollevare un club dalle proprie macerie? Il compito spaventerebbe chiunque. Tra calciatori scontenti, infortuni cronici e una società indisposta a investire per correggere la rotta, centrare una qualificazione in Champions League a scapito di compagini più strutturate e in salute appare un’impresa ai limiti del titanico.
Un Centenario senza gloria: a cosa serve questa Champions?
Viene da chiedersi, a questo punto, quale sia il reale valore di un piazzamento europeo. Non servirebbe a garantire un mercato di spessore — come la recente sessione estiva ha ampiamente dimostrato — né a figurare con dignità sul palcoscenico continentale, considerate le recenti e reiterate figuracce rimediate su ogni campo d’Europa. Probabilmente, la Champions League rappresenterebbe soltanto un salvagente finanziario per una società intenta a tenersi a galla dinanzi a problematiche economiche di cui non s’intuisce ancora la reale portata.
Un triste bilancio per l’anno del Centenario. Celebrare una ricorrenza così alta ed esclusiva richiedeva ben altra visione, giacché non basta vendere maglie storiche a caro prezzo per rendere onore alla storia. Un patrimonio che appartiene, oggi più che mai, soltanto ai tifosi.
di Eduardo Letizia