OBIETTIVO NAPOLI – La burla delle riserve e il dogma di Allegri: così il Napoli si sfigura da solo

di Vincenzo Letizia

L’illusione del calcio moderno è credere che l’emergenza sia una musa. Non lo è quasi mai; più spesso è una spugna che assorbe la qualità e restituisce la realtà senza orpelli. Quando le formazioni hanno varcato la soglia del campo e i nomi di Marianucci e Lucca sono comparsi sul tabellone tra i titolari, l’effetto ottico è stato quello di una burla ben riuscita, una puntata di Scherzi a parte fuori stagione. Con tutto il rispetto per la buona volontà e il sudore versato, la dimensione del Napoli resta una giacca troppo larga per le loro spalle. Volenterosi, per carità; ma la categoria non s’inventa e il campo, severo notaio, non concede sconti sulla fiducia.

​Eppure, il primo tempo aveva persino cullato qualche sparuto barlume di sufficienza. Un’illusione ottica, appunto. La ripresa ha restituito una squadra apatica, priva di quel morso sui gomiti che serve a fare male quando il vento spira contro. Ci si è accontentati di galleggiare, di fare spallucce, cullando il pareggio come un trofeo da portarsi a casa. E quando alzi la bandiera bianca con mezz’ora d’anticipo, il pallone trova sempre il modo di punirti.

In panchina, Massimiliano Allegri ha rispolverato il repertorio dei suoi dogmi più perplessi. Mantenere in campo un Marianucci già ammonito, mentre dalla sua parte Alibegović viaggiava con la grazia e la ferocia delle giornate di grazia, è stato un azzardo al limite del dilettantismo. La frittata era nell’aria e puntuale è arrivata: secondo giallo e palla al centro, con l’ex difensore di Empoli e Torino spedito sotto la doccia a meditare sui propri limiti e sulle colpe altrui.

Sullo schiaffo decisivo che ha condannato gli azzurri, la fotografia è impietosa. Marianucci e soprattutto Anguissa si sono addormentati in una specie di pennichella fuori orario, spalancando il corridoio centrale ad Alibegović. Invito a nozze: avanzamento indisturbato, mira calcolata dal limite dell’area e Meret battuto senza appello.

C’è poi capitolo a parte per il patrimonio da non sperperare: Antonio Vergara. Allegri sta riuscendo nell’impresa di snaturarlo pur di non schierarlo nel suo abito naturale. Non vederlo titolare neppure in un’ecatombe d’infermeria come quella attuale è già di per sé un enigma. Ma impiegarlo da ala significa confondere le lucciole con le lanterne. Vergara è una mezz’ala di passo e di governo, un interprete da centrocampo moderno che ricordi, per geometrie e tempi d’inserimento, il Beppe Dossena dei giorni belli. Il ragazzo ci mette l’anima, si sbatte con generosità, ma ricamare a bordo campo non è il suo mestiere. Vediamo di non rovinare anche lui.

​Resta il panorama generale, condito da una maledizione fisica che dura ormai da due stagioni. Questa squadra continua a perdere pezzi in sequenza e il presidente assiste allo scempio senza prendere i dovuti provvedimenti, siano essi un cambio nello staff dei preparatori o un azzeramento delle competenze mediche. Sullo sfondo, il sospetto amaro: Allegri ha finito per incanalare la partita sul binario più gradito alla Juventus. Non è mai davvero entrato nell’anima del mondo Napoli, e il conto dei danni comincia a farsi decisamente troppo salato.

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