Una settimana amara, per la Serie A: due panchine saltate tra esoneri e dimissioni, segno che la stabilità nei club sembra un lusso sempre più distante.
Da un lato Igor Tudor, silurato dalla Juventus, dall’altro Patrick Vieira, che lascia il Genoa: due nomi importanti che non resisteranno al vento impetuoso del risultato. L’Italia, in un colpo solo, ha trascinato nel vortice crisi anche quei club che – almeno sulla carta – erano solidi. E la domanda è: siamo un caso isolato o specchio di una tendenza europea?
Facendo uno zoom sul vecchio continente, scopriamo che la situazione non è consolante:
In Premier League si registrano almeno quattro cambi panchina, con situazioni paradossali come quella di Nuno Espirito Santo, al tempo stesso esonerato e assunto.
In Bundesliga l’onda scandisce esoneri rapidi: Erik ten Hag fuori appena dopo due giornate.
In Ligue 1, il Monaco decide di cambiare guida nonostante una Champions conquistata: fuori Adi Hutter, dentro Sebastien Pocognoli.
È un fenomeno che assume proporzioni inquietanti: la logica del “cambio immediato” prevale su qualsiasi progetto a medio termine. I club non concedono tempo, i tecnici vivono sul filo del risultato istantaneo, tifosi e media spingono alla sostituzione piuttosto che alla pazienza.
In Italia, poi, l’effetto domino è amplificato: basta un avvio stentato, qualche striscia negativa, e i presidenti non indugiano. È il segno che la pressione sociale ha ormai preso il sopravvento sulle valutazioni tecniche.
Ecco allora che la Serie A, pur con numeri che non la collocano in testa alla flessione, è emblema di questa instabilità che attraversa il calcio moderno: pochi spazi per la crescita, troppo spazio per la reazione istantanea.
Se c’è un monito che questo momento può regalarci, è che il calcio – quello che vorremmo, quello genuino – rischia di essere schiacciato tra aspettative esagerate e ricatti emotivi. Il vero allenatore non dovrebbe temere per la propria panchina, ma essere giudicato sul tempo, sul percorso, non su una manciata di partite.