L’EDITORIALE – Il calcio dei computer e delle paure: così lo stiamo uccidendo

di Vincenzo Letizia

C’era una volta il calcio. Non quello mitizzato per partito preso, non quello dei reduci che raccontano Rivera e Mazzola come fossero Omero e Achille. C’era il calcio come spettacolo, come flusso, come duello. Oggi, invece, c’è il calcio delle pause, dei retropassaggi, delle ginocchia a terra e dei secondi che evaporano come acqua d’agosto.
Sono sempre meno le partite belle. Non in Italia soltanto: in tutto il mondo. Una ragnatela infinita di retropassaggi, squadre che ricominciano da capo anche quando hanno superato il centrocampo, portieri che diventano registi bassi, difensori che si scambiano il pallone come fosse un oggetto fragile da non rompere. Il coraggio è diventato un rischio statistico. La giocata, un’eccezione.

E poi il teatro: calciatori sempre a terra, perdite di tempo infinite, rimesse laterali trasformate in esercizi di respirazione. Si gioca poco, si protesta molto. E nel frattempo il pubblico aspetta. Aspetta un’emozione, un’accelerazione, un errore umano persino. Perché il calcio è degli uomini, non dei computer.
La VAR, nata per aiutare, è diventata un tribunale. Non oggettiva, ma interpretativa. Dipende dal varista di turno, dal fermo immagine scelto, dal fotogramma isolato. Si misura il fuorigioco al pixel, si seziona l’azione come un cadavere sul tavolo dell’anatomopatologo. Così si uccide l’istinto. Così si delegittima l’arbitro.
La soluzione? Semplice, ma serve coraggio.
VAR solo per fuorigioco macroscopici, rigori netti, gol fantasma. Niente esami al microscopio. Restituiamo centralità agli arbitri, ma che siano all’altezza. Perché la mediocrità arbitrale – e certe direzioni viste di recente, anche in partite del Napoli – non può diventare la norma. Se l’arbitro torna sovrano, deve essere preparato, autorevole, rispettato.

E poi il tempo effettivo. Mezz’ora per tempo, cronometro fermo quando il pallone non è in gioco. Vedrete come finirebbero le sceneggiate, i crampi selettivi, le sostituzioni al rallentatore. Il calcio tornerebbe corsa, ritmo, continuità. Meno furberie, più gioco.
Infine, una provocazione: superato il centrocampo, niente ritorno nella propria metà campo. Una regola drastica per spezzare il dominio del palleggio sterile, figlio degenerato di un guardiolismo che, da sublime intuizione, è diventato caricatura. Il possesso come fine, non come mezzo, ha trasformato il rischio in eresia. E il calcio senza rischio è un romanzo senza trama.
Fate presto. Perché così è uno spettacolo che non si può più guardare.

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Vincenzo Letizia
Vincenzo Letizia, giornalista sportivo napoletano classe 1972, ha collaborato con numerose testate nazionali e locali, tra cui Il Golfo, Il Tempo, La Verità, Cronache di Napoli e Il Corriere di Caserta. Ha raccontato il calcio in radio e in TV, partecipando a trasmissioni come Campania Sport, Pane e Pallone, Area Azzurri e ideando format come PianetAzzurro TV. Dirige il portale sportivo pianetazzurro.it e coordina progetti editoriali dedicati all’informazione e al territorio. Accanto al lavoro giornalistico coltiva la scrittura creativa: ama il mare, la montagna, la natura e il punto esatto in cui sogno e nostalgia si trasformano in poesia.
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