OBIETTIVO NAPOLI – Gli azzurri affondano col Como: difesa colabrodo, leziosismi e la lezioni di Fabregas al Maradona

di Vincenzo Letizia

Ci sono sere in cui il pallone non mente, si limita a restituire al prato ciò che la lavagna ha impostato e le gambe hanno eseguito. E la notte del Maradona, diciamolo senza edulcorare la pillola, ha emesso una sentenza insindacabile: il Como ha vinto meritatamente, schierando in campo più gioco, più organizzazione e un’idea di calcio drammaticamente più fresca.
Il Napoli, di contro, è parso una sinfonia stonata e fuori tempo. Una squadra scarica, priva di impulsi vitali, zavorrata da un ritardo di condizione che si intuisce ma che non può diventare l’alibi perenne per coprire crepe ben più strutturali. La difesa fa acqua, ed è qui che il bilancio del mercato estivo presenta il suo primo, amarissimo conto. Gli acquisti a risparmio, scelti più per far quadrare i bilanci che per blindare la cassaforte, stanno mostrando tutti i propri limiti. Rafa Marin, per dirne una, si attarda in compiti da ricamo quando servirebbero spada e scudo: morbido, lezioso, mai davvero cattivo nella marcatura. E se poi dietro non c’è chi ti toglie le castagne dal fuoco, la frittata è servita. Intendiamoci, Alex Meret non ha colpe dirette sui gol incassati, ma la sensazione è che da quelle parti il miracolo sia diventato un bene di lusso che non ci si può più permettere: mai una parata salvarisultato, mai quel guizzo che sposta l’inerzia di una partita storta.
Ma ciò che più fa arricciare il naso è il ritorno di quel vizio atavico, quasi una malattia esantematica: i “passaggetti” arretrati dentro la propria area piccola per un’ostinata, perversa costruzione dal basso. Un calcio di stile dannosamente spagnoleggiante che produce solo sciagure. Lo si era già intuito nel ridotto delle amichevoli estive, lo si è visto stasera nel secondo gol regalato al Como. Allegri, pur con tutte le perplessità che una parte della piazza continua a nutrire nei suoi confronti, ha almeno il pregio di predicare un verbo essenziale, classico, quasi contadino: il pallone si spazza se c’è tempesta, non si ricama al limite dell’area di rigore. Chi abbia reintrodotto questa mania del tiqui-taca in gabbia resta un mistero da chiarire prima di regalare altri gol e punti alla concorrenza.
A questo Napoli mancano brio, coraggio e un pizzico di folle imprevedibilità. Ecco perché insistere su certe gerarchie stantie rischia di diventare un delitto d’lesa maestà sportiva. Un giocatore come Allison non può restare a fare la muffa in panchina; e quando Vergara tornerà al cento per cento, sarebbe un vero e proprio delirio rinunciare alla sua garra e alla sua qualità pura. Bisogna ripartire da qui, dall’effervescenza di chi ha fame, sperando che ritrovi al più presto la condizione migliore anche David Neres, che prima dell’infortunio dello scorso anno era stato senza mezzi termini il miglior uomo azzurro per distacco.
La stagione è appena agli inizi, ma le indicazioni sono già chiare: via i leziosismi inutili e spazio all’estro: il Napoli ha bisogno di ritrovare la sua anima.

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Vincenzo Letizia
Vincenzo Letizia, giornalista sportivo napoletano classe 1972, ha collaborato con numerose testate nazionali e locali, tra cui Il Golfo, Il Tempo, La Verità, Cronache di Napoli e Il Corriere di Caserta. Ha raccontato il calcio in radio e in TV, partecipando a trasmissioni come Campania Sport, Pane e Pallone, Area Azzurri e ideando format come PianetAzzurro TV. Dirige il portale sportivo pianetazzurro.it e coordina progetti editoriali dedicati all’informazione e al territorio. Accanto al lavoro giornalistico coltiva la scrittura creativa: ama il mare, la montagna, la natura e il punto esatto in cui sogno e nostalgia si trasformano in poesia.
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