La notte non ha portato consiglio, figurarsi la rassegnazione. Il day after di Inter-Napoli lascia in dote quell’amaro in bocca che soltanto la presunzione sa distillare. Una lezione antica, peraltro già vista in edizioni come Roma-Atalanta: se non ammazzi la partita quando il destino ti offre il coltello dalla parte del manico, se ti rannicchi in trincea sperando che il tempo lavori per te, finisci per consegnare le chiavi del match all’avversario. Ti metti nell’angolo, gli permetti di riordinare le idee e aspetti soltanto il pugno che ti manderà al tappeto. Nel calcio, come sul ring, chi smette di tirare colpi finisce prima o poi a contare i secondi.
Manca la ferocia, manca quell’istinto killer che distingue le grandi squadre dalle pie illusioni. I gol divorati da Neres e, soprattutto, da Anguissa non sono semplici infortuni tecnici: sono la spia rossa di una cazzimma smarrita sul più bello, di una concentrazione liquida nel momento in cui servirebbe la pietra. Lì, in quei dettagli che decidono la storia di una serata, il Napoli s’è scoperto fragile e superficiale.
Poi, la difesa. Che Massimiliano Allegri ci abbia messo del suo è persino banale sottolinearlo: buttare nella mischia un Badiashile apparso visibilmente fuori forma e in palese ritardo di condizione, avendo a disposizione in panchina un Beukema pronto all’uso o un Olivera abituato a fare lo stopper nell’Uruguay, spinge al limite del masochismo tattico. Ma incolpare soltanto il condottiero sarebbe ingiusto e fuorviante. Il peccato originale risiede nell’ossatura della squadra e nell’ennesimo capitolo di una gestione proprietaria che scambia l’ostentazione per competenza.
Il popolo partenopeo mugugna, indispettito da un gioco sparagnino e speculativo che con il DNA della città ha sempre fatto a cazzotti. Con un profilo di stampo più moderno, la pillola sarebbe stata meno amara. La vera nota stonata, tuttavia, risuona dalla campagna acquisti. ADL non ha ancora assimilato la lezione del vecchio adagio popolare: lo sparagno non è mai guadagno. Prendere giocatori rimasti a lungo in disparte, privi di preparazione e martoriati dagli infortuni, significa affidarsi al terno al lotto. Il Napoli, che dietro imbarca acqua e non ha il tempo biologico di aspettare i ritardi altrui, necessitava di certezze. Se ne prendi due – con Favasuli arrivato in prestito con diritto di riscatto – almeno uno pronto all’uso era il minimo sindacale.
Sentir parlare di sofferenze bilancistiche e di un buco da oltre cento milioni per giustificare il braccino corto, dopo le spese dell’anno passato, suona ridicolo per un top club strutturato che calca stabilmente la scena europea. Specie di fronte a una tifoseria tra le più generose e appassionate al mondo, pronta a svenarsi tra abbonamenti televisivi, maglie ufficiali e gadget d’ogni sorte.
E che il Presidente arrivi perfino a redarguire una ragazza colpevole di indossare una maglia non originale – dimenticando, dall’alto del suo trono, che la fortuna non distribuisce a tutti le medesime possibilità economico-sociali – dà la misura di un cortocircuito empatico non più ricucibile. Se Aurelio De Laurentiis non è più nelle condizioni di sostenere le ambizioni di una metropoli come Napoli, tragga le dovute conseguenze. La piazza gli sarà grata in eterno per i due scudetti e per aver riaperto la bacheca, ma il tempo non aspetta. Ed è forse giunto il momento di valutare, con maturo realismo, un sereno passaggio di mano.