Ogni qual volta le gambe smettono di girare e le tabelle dell’infermeria tornano a riempirsi, il dito dell’opinione pubblica punta sempre nella stessa direzione: la preparazione atletica. Il copione in casa Napoli sembra ripetersi a intervalli regolari. Da una parte, un quadro clinico caratterizzato da lesioni muscolari a catena e ricadute; dall’altra, partite in cui la squadra appare brillante nella prima frazione per poi subire flessioni evidenti negli ultimi venti minuti.
È un’equazione automatica quanto rischiosa: meno brillantezza uguale cattivo allenamento. Ma quanto c’è di vero nella responsabilità diretta dello staff di preparatori e quanto, invece, va ascritto a fattori strutturali e di gestione?
Il fattore preparatori: carico, scarico e metodologia
Attribuire l’intera responsabilità ai preparatori atletici significa ridurre un problema multifattoriale a una singola causa. Tuttavia, la metodologia di lavoro resta un elemento fondamentale. Una preparazione con carichi di lavoro eccessivamente intensi o calibrati male durante le pause può portare a due effetti collaterali ben precisi:
- Saturazione neuromuscolare: un muscolo affaticato risponde più lentamente agli stimoli, aumentando il rischio di lesioni e strappi durante i cambi di direzione e i contrasti.
- Calo metabolico nei minuti finali: se la gestione dell’alta intensità non è bilanciata con adeguate fasi di recupero, la squadra esaurisce le riserve di glicogeno prima del 90′, accusando il tipico “crollo” nei finale di gara.
Se da un lato la preparazione impatta direttamente sulla tenuta, dall’altro occorre valutare se la metodologia adottata sia idonea alle caratteristiche anagrafiche e fisiche della rosa.
Le concause: calendario, rosa e stile di gioco
Spesso il lavoro dei preparatori viene vanificato da dinamiche esterne al campo di allenamento. Tra le variabili più incidenti spiccano:
- Il calendario ingolfato: giocare ogni tre giorni riduce la preparazione atletica al solo lavoro di scarico e fisioterapia. In questo contesto, allenare diventa quasi impossibile e si finisce per gestire solo le tossine.
- Rotazioni ridotte: quando gli infortuni iniziano ad accumularsi, le scelte dello staff tecnico si riducono. I soliti noti sono costretti agli straordinari, alimentando un circolo vizioso di sovra-utilizzo e nuovi stop.
- Pressione psicofisica: uno stile di gioco basato sul pressing feroce e sulle ripartenze veloci richiede un dispendio energetico superiore rispetto a una gestione tattica più attendista.
Il verdetto della scienza sportiva
Sotto il profilo medico-scientifico, puntare il dito esclusivamente contro il preparatore atletico è un’analisi parziale. La prevenzione degli infortuni e il mantenimento dei livelli prestazionali sono il frutto di una sinergia tra preparazione fisica, staff medico, nutrizionisti e gestione delle sostituzioni da parte dell’allenatore.
Se il calo nei minuti finali diventa una costante sistematica e non un episodio isolato, significa che la catena di controllo ha subito un’interruzione. Che si tratti di un errore nella calibrazione dei carichi a Castel Volturno o di una rosa con coperture insufficienti per sostenere determinati ritmi, il problema richiede un intervento correttivo immediato, prima che i punti persi nei finali di partita compromettano definitivamente gli obiettivi stagionali.