Le cronache del lunedì, solitamente generose di alibi o clementi nei giudizi, questa volta non possono fare sconti. Il «personaggio in negativo» della settimana porta il nome e il cognome di Lorenzo Lucca, gigante di Moncalieri smarrito tra le pieghe d’un panno azzurro troppo pesante per le sue spalle. La fotografia della sua crisi è tutta nella notte del Penzo: da una parte un campo che ne respinge le falcate impacciate, dall’altra una tribuna che incattivisce il clima, scatenando un deprecabile diverbio tra la tifoseria partenopea e la famiglia del centravanti. Scene sgradevoli, da condannare senza appello, ma che raccontano la misura di una frattura oramai insanabile.
La verità, depurata da ogni retorica, è che l’impatto di Lucca all’ombra del Vesuvio ha rasentato lo zero. Sgraziato nelle letture, lento nei movimenti, quasi disarmato di fronte al cospetto del grande salto. Che fosse abile nel gioco aereo era noto fin dai tempi dell’Udinese, ma era parimenti evidente come il suo bagaglio tecnico mostrasse lacune da matita rossa per chiunque aspiri ad abitare i quartieri Alti del nostro campionato. A lasciare perplessi non sono soltanto i suoi limiti, bensì il coro degli «addetti stampa non ufficiali» del presidente, abili nel dipingerlo persino più funzionale di un Darwin Nuñez vagheggiato da Antonio Conte. Le favole, tuttavia, durano il tempo d’un mattino; poi resta la dura concretezza del rettangolo verde.
Nel mirino, per proprietà transitiva, finisce inevitabilmente il direttore sportivo Giovanni Manna. Tolta la felice intuizione Alisson Santos, la gestione dei denari appare oggi fallimentare. Quando le risorse non sono infinite, indovinare i colpi di mercato diventa questione di sopravvivenza sportiva — ne sa qualcosa la Lazio, capace di allestire un’ottima rosa con un bilancio circospetto. Al contrario, la politica del Napoli ha finito per disperdere capitale, peraltro aggravata da una palese incapacità di cedere: prestare un calciatore senza diritto di riscatto equivale spesso a ritrovarsi il problema sulla porta di casa l’anno successivo, punto e a capo.
Il peccato originale, del resto, risale ad Aurelio De Laurentiis, colpevole di aver trascurato l’allestimento d’un attacco equilibrato. Il solo Hojlund non può caricarsi sulle spalle l’intero peso di una stagione se l’obiettivo resta un posto in Champions League. Per il bene di tutti, a gennaio servirà una via di fuga. Per il Napoli, chiamato a riparare l’errore d’impostazione, e per lo stesso Lucca, prima che il peso d’una piazza esigente ne comprometta definitivamente il morale e il percorso.