EDITORIALE – Napoli, la paura come identità: analisi di una squadra smarrita tra alibi e mancanza di arroganza

di Eduardo Letizia

Ovviamente non è una cosa dimostrabile in maniera scientifica, ma dall’inizio della stagione c’è la sensazione netta che a questa squadra manchi autostima e sicurezza nei propri mezzi.

​Questo non esclude le colpe della società, che nell’anno del centenario si è fatta trovare impreparata sul mercato, né l’incapacità del tecnico di imprimere una specifica identità tattica ai suoi. È una concausa. Il Napoli appare costantemente diviso tra la voglia di imporre le proprie qualità e la paura di non “essere abbastanza” per farlo. Alla squadra manca quel pizzico di sana arroganza agonistica che le permetterebbe di non scomparire dal campo per lunghi tratti delle gare, non appena affiora il timore di non riuscire a portare il risultato a casa.

​Un atteggiamento che sembra la diretta conseguenza della personalità di Massimiliano Allegri. In ogni uscita pubblica, il tecnico punta sistematicamente su concetti prudenti, problemi difensivi da risolvere e avversari insormontabili; fino al paradosso dell’ultima conferenza, in cui ha fatto capire chiaramente che partite in Champions League, come quelle contro Porto e Manchester City, non siano alla portata.

​Si possono comprendere le attenuanti legate agli infortuni e la necessità prioritaria di recuperare terreno in campionato, ma l’atteggiamento e la personalità di un gruppo non si attivano con un interruttore on/off. Se abitui una squadra alla paura, all’idea di ridimensionare gli obiettivi, quella insicurezza te la porti inevitabilmente dietro anche nelle sfide che consideri decisive. E la sensazione è che questa incertezza sia arrivata forte e chiara anche ai giocatori, alimentando dubbi sulla fiducia riposta nel proprio allenatore.

​Se pubblichi e dichiari che la squadra non fa quello che chiedi — come emerso chiaramente dopo la gara di Torino —, forse varrebbe la pena farsi due domande sul motivo, caro Allegri.

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