di Vincenzo Letizia
NAPOLI – Sarò probabilmente un alieno, o più semplicemente un testimone fuori dal coro di questa realtà patinata e addolcita, ma dinanzi agli elogi sperticati riservati alla prestazione del Napoli dopo l’1-1 interno contro la Lazio non riesco a sintonizzarmi sulla frequenza dell’entusiasmo. Ho visto, per quarantacinque minuti abbondanti, una prima frazione in cui gli uomini di Gennaro Gattuso avrebbero potuto chiudere non soltanto in vantaggio di una rete, ma persino di due o tre, senza che anima viva potesse alzare il dito per obiettare. La Lazio ha sciorinato calcio con disinvoltura, esponendo a nudo le fragilità di un Napoli apparso a tratti abulico, quasi impotente dinanzi al palleggio avversario.
Nella ripresa, sia concessa la battuta di stima, l’approccio dei padroni di casa è stato quantomeno apprezzabile. È arrivato il gol del pareggio, si è intravista qualche potenziale occasione per ribaltarla, ma la sostanza del discorso non muta: una squadra che ambisce a tirarsi fuori con la testa alta da una crisi di identità, e che sventola pretese di alta classifica, ha l’obbligo morale di aggredire la partita con ferocia e determinazione. Non si accontenta di mettere in cascina quel misero “mattoncino” sventolato da Massimiliano Allegri in sala stampa. Il tecnico livornese parrebbe aver dimenticato, per un attimo, di sedere sulla panchina di una società che ha conquistato due tricolori nel giro degli ultimi quattro anni, confondendo la piazza partenopea con un contesto provinciale alla Sassuolo dove il punto casalingo viene accolto con i fuochi d’artificio.
Il sospetto, alimentato dalla malizia tipica di chi il pallone lo osserva senza lenti a contatto colorate, è che questo pareggio serva più alla tranquillità del tecnico che alla classifica degli azzurri. Un eventuale passo falso avrebbe spinto Aurelio De Laurentiis oltre la soglia della tolleranza, rendendo l’aria di Castel Volturno incandescente. A lasciare più di una perplessità sono state poi le letture a gara in corso: rinunciare contemporaneamente nel momento topico del match a due totem come Hojlund e De Bruyne non è parsa mossa d’ingegno particolarmente affilato, specie considerando il peso specifico e il bagaglio d’esperienza di chi lasciava il terreno di gioco rispetto a chi vi subentrava.
Ora il calendario offre in dote la sosta per le Nazionali, intervallo di tempo e di pensieri. Ma alla domanda se la prosecuzione di questa gestione tecnica sia la panacea idonea a colmare il baratro dalla vetta, permetteteci quantomeno di nutrire un motivato, elegantissimo dubbio.