Insigne-Immobile, l’oro di Napoli che può far sognare l’Italia

L’oro di Napoli, della sua immensa provincia che stavolta, da Ciro & Lorenzo si spinge da Torre Annunziata a Frattamaggiore, è un’autostrada della felicità, è un giardino che fiorisce nonostante i dribbling e le veroniche, i tunnel e quell’indomabile desiderio di afferrare l’Italia (ma anche il Brasile) e di scuoterlo per davvero.
L’oro di Napoli è nel fascio di luce ch’emerge dalle storie (parallele), nel vissuto all’ombra d’un pallone in cui Zdenek Zeman, il Maestro, andò a leggere a modo suo e poi trascrisse con un linguaggio sempre armonicamente attale: tagli e verticalizzazioni e incroci e ispirazione e versatilità e profondità e onestà (pure intellettuale) e il sacrificio e la professionalità e un vocabolario facile da imparare per chi conosceva il senso pieno di quei significati.
Loro di Napoli sono Immobile e Insigne – in ordine alfabetico, s’intende – il made in Italy che spopola da un bel po’, una fusione perfetta ch’è esplosa improvvisamente, da Pescara in poi, e che però s’è ingrossata nella sana provincia d’un Sud prolifico e vibrante in quella sua intelligenza palpabile a prima vista, su quella esuberanza colta all’Adriatico, vero, ma che poi tracimando ha invaso la Torino granata ed il San Paolo, riversando – tra e grazie – Ventura e Benitez altra materia grigia ancora.
Loro di Napoli sono gli ambasciatori: e ora che tutto ciò che chiedevano a se stessi s’è (quasi) avverato, ciò che avanza tra gli intrecci della memoria è quella beata gioventù spesa inseguendo per strada la speranza o anche la dimostrazione che niente è impossibile, men che meno il Brasile. Immobile e Insigne è il marchio di fabbrica d’una terra fertilissima, per certi versi prodigiosi, la rivincita sportiva (fors’anche un pochino sociale, chi può dirlo?) d’un Meridione che stavolta non ha questioni da porre, perché sulla genialità dei “gemellini del gol” c’è ben poco da discutere e pure sulla loro umiltà, sulla capacità di imporsi attraverso il sacrificio e la volontà, sulla loro serietà manifestata nel tempo ed attraverso atteggiamenti quasi mai sopra le righe, semmai assai sotto.
Napoli, Frattamaggiore, Torre Annunziata: è lunga la strada del successo, è chiede ancora d’inventarsi la vita. I come Immobile ma anche I come Insigne: innanzitutto, I come Italia.

Napoli – Auf wiedersehen: e stavolta sarà un viaggio lungo, il Ciro del Mondo, trascinandosi appresso ciò ch’è stata l’infanzia, le scampagnate domenicali e la polvere (della provincia) che ha trascinato sino all’altare degli dei, gli aquiloni che volavano e un bimbo che li inseguiva. Auf wiedersehen, guagliò: ché a Torre Annunziata, il giardino indimenticato, ha lasciato il cuore e l’orgoglio di mamma e papà, lo spaccato d’una famiglia indivisibile. «Siamo fieri di lui, che porta il nostro nome e quello della nostra città in Brasile. Lui è il figlio ideale per qualsiasi genitore» .
Auf wiedersehen: ma è stato (faticosamente) bello, (semplicemente) meraviglioso: e mentre intorno ora è un mix quasi surrreale di samba & crauti e Dortmund s’è trasformato nel crocevia per atterrare a Rio de Janeiro, ciò che resta di quella gioventù dell’Immobile predestinato è la sana “disperazione” di genitori rapiti dalla passione del bomber in erba, i sacrifici per portarlo alla scuola calcio e poi a Salerno, a Sorrento e poi incontro all’estasi. «L’ha voluto e c’è riuscito, ce l’ha messa tutta» .
La storia è un romanzone scritto a più mani. Ciro, cecchino in erba allevato da Guglielmo Ricciardi, poi lasciato decollare sino alla Juventus da Massimo Filardi – l’osservatore bianconero che negli anni ’80 giocava nel Napoli – sino alla Juventus ed infine “adottato” da Marco Sommella e da Alessandro Moggi – i procuratori – per l’ultimo strappo, destinazione paradiso. Torre Annunziata, via Castello, l’”Annunziata”: ci sono case e favole, accelerazioni e percussioni, una raffica di reti – con i giovanissimi della Salernitana, con gli allievi del Sorrento, al quale sono andati 400mila euro come premio di formazione – e c’è uno spaccato che resiste sino a Rio de Janeiro, raggiunta dormendo in terra per star comodo, perché chi ha battuto quei campi può adagiarsi naturalmente nel corridoio d’un aereo: Immobile è la normalità d’un centravanti a modo suo eccezionale, è un amabile “canaglia” costato alla Juventus centomila euro e al Toro due milioni e mezzo: è un bomber a peso d’oro che galleggia tra le stelle, con mamma e papà che vorrebbero ma tentennano. «Troppe ore d’aereo» . Volare, oh oh…

Napoli – La via Rossini di Frattamaggiore era un po’ quella di Celentano: palazzi enormi, case senz’aria ma con dentro l’anima, l’erba ch’è l’utopia e la speranza ch’è il nettare, l’energia da attingere ad ogni dribbling. «Ne ha rotte di scarpe» . E ne ha fatta di strada, però: perché poi, danzando tra gli eletti, in quel vortice entusiasmante, una finta al destino e una parabola per la gloria, fa niente se i quaderni che mamma Patria comprava divenivano (ma sin dall’elementari) sfere di carte con le quali palleggiarsi il futuro.
L’Insigne segreto è uno scugnizzo sin “dentro” la culla, è un tormento esistenziale per il super Santos, è un’allergia confessata per la scuola (sino al primo ragioneria, mollato perché così doveva andare), è un ballo lievissimo tra quei casermoni che cingono dormitori in cui non sempre è possibile fantasticare e che invece servono per coltivare le aspirazioni che Lorenzino il Magnifico confessava sempre a papà Carmine e ancora lo fa adesso, quando l’arbitro fischia. «E’ stata la sua ossessione, il calcio» .
E’ stata una finta declamata ad alta voce, incurante del fisico e dei luoghi comuni; è stato un strappo secco alla sorte, presa con quel carico d’effetto che conduce all’incrocio dei pali e d’una fiaba nella quale c’è tutto quel simpatico monello che alle sei del mattino, quando ancora non era Insigne, andava con lo zio al mercato ad inventarsi un buongiorno.
Casa Insigne ora è appena più in là, a Frattaminore, il grazie per i sacrifici sostenuti dai genitori – per tener su anche Antonio, Roberto e Marco – e però ci sono prati in cui lasciarsi andare: dalla Juve Sant’Arpino al Napoli, per millecinquecento euro – grazie all’intuito di Peppe Santoro, ora all’Inter – e poi una sequenza di illuminazioni sotto al braccio di Antonio Ottaiano (il manager che lo assiste con Andreotti e Della Monica) tra Cava de’ Tirreni, il Foggia ed il Pescara.
Aspettando che a Rio arrivino papà, la sua Jenny ed il piccolo Carmine, ai quali si può sempre raccontare, un bel dì, che nulla nasce per caso, men che meno un fenomeno dal cemento di Frattamaggiore.

Corriere dello Sport

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