L’editoriale di Chiariello: “La grande depressione”

Gli storici e gli economisti, nell’analizzare la crisi economica globale che attanaglia l’economia occidentale, rispolverano spesso gli spettri della Grande Depressione quando crollò la Borsa di Wall Street a New York nel ’29, determinando suicidi a catena ed una crisi di proporzioni gigantesche che solo il New Deal di Roosevelt – ispirato dalle ricette Keynesiane – seppe porvi rimedio.
Che c’azzecca, direbbe Di Pietro, con la sconfitta del Napoli davanti alla “bestia nera” Chievo? Non pare un paragone esagerato? Forse sì, anzi sicuramente. Ma vorrei ricordare il perché si arrivò a quella crisi per agganciarmi al nostro tema molto più terra terra.
La crisi del ’29 avvenne perché “l’aumento del valore delle azioni industrialinon corrispose a un effettivo aumento della produzione e della vendita dibeni tanto che, dopo essere cresciuto artificiosamente per via della speculazione economica diffusasi a tutti i livelli in quegli anni, questo scese rapidamente e costrinse i possessori a una massiccia vendita, che provocò il noto crollo della borsa”.
Fermatevi, non cestinate l’articolo. Ho smesso di tediarvi. Vorrei solo dirvi che la colpa di quanto sta accadendo al Napoli è solo frutto della Grande Depressione che ha colpito l’ambiente. Ancora una volta per motivi di mercato azionario, alias mercato calcistico dove lo scambio non è di azioni ma di gambe e prestazioni di calciatori.
L’annuncio del Presidente a Dimaro, cui ha fatto eco l’ottimismo di Benitez, che il Napoli avrebbe lottato per lo scudetto, parola impronunciabile a detta di DeLa solo per colpa di Mazzarri ai tempi, e quella che il Napoli non sarebbe arrivato impreparato al preliminare di Champions League si sono rivelate flatus vocis.
Leggere in maniera estenuante titoli su titoli di calciatori di prima fascia accostati al Napoli (Mascherano su tutti, ma anche Kedhira, Xavi Alonso), poi di seconda (Fellaini, Kramer, Gonalons, Sandro, Lucas Leiva, Illaramendi), per poi vedere arrivare all’ultimo momento carneadi di terza, ad essere generosi (De Guzman e David Lopez) ha sconcertato, depresso e fatto arrabbiare l’ambiente.
Vedere Benitez schierare il redivivo Gargano ed il discusso Britos, quasi ceduto ai russi, terzino sinistro nelle due gare che valevano una stagione per il bilancio e per la gloria, ha fatto infuriare la gente (specie se dopo 3 giorni si è visto che Inler e Zuniga erano abili ed arruolabili).
Le colpe saranno probabilmente dei giornalisti napoletani, come dice Benitez, o della cattiva stampa del nord, che ha accostato agli azzurri tutti i centrocampisti in prestito possibili ed immaginabili che l’Europa avesse a disposizione. Ma fatto sta è che il conductor se ne è rimasto nella sua bella casa di Liverpool invece che inserire gli ultimi arrivati e preparare la gara col Chievo che andava affrontata col cipiglio di una finale di Champions League per quanto importante era, nel cercare l’unica medicina possibile per un ambiente nervoso e depresso: l’entusiasmo che le vittorie generano.
Vincere aiuta a vincere, si dice sempre. Ed è esattamente così. Grazie ad un calendario benevolo, il Napoli aveva la possibilità di arrivare al primo scontro importante, all’ottava giornata con l’Inter dell’ex Mazzarri, con un punteggio di classifica importante, perfino con un filotto buono, lo stesso che lanciò la contestata Roma di inizio stagione dell’anno scorso al vertice della classifica.
Con l’entusiasmo, con la crescente autostima, si fanno miracoli, si va oltre le proprie reali capacità, esattamente come un mercato azionario quando c’è la bolla speculativa. Basti ricordare il Vicenza di Paolo Rossi, neo promosso, che finì per lottare per lo scudetto e si piazzò secondo per poi retrocedere l’anno successivo, quando gli entusiasmi si sopirono, o il Perugia di Castagner che finì secondo imbattuto per l’intero campionato con una squadra di carneadi.

L’entusiasmo è tutto, e l’anno scorso l’avvento di tanti giocatori provenienti da grandi club europei e soprattutto del pluridecorato Rafa Benitez avevano suscitato entusiasmo in grande misura.
Quest’anno Rafa era chiamato all’anno decisivo della conferma. Voleva Gonalons a tutti i costi, (forse solo lui perché il mediano francese non l’ha cercato nessuno) ed il Napoli l’ha perso per l’inopinato rifiuto del giocatore all’ultimo momento. Ha perso pure Kramer che era già preso per un voltafaccia del calciatore dopo il successo mondiale. E Luis Enrique, arrivato sulla panca del Barcellona, ha provveduto a togliere i dubbi a Mascherano di andarsene dal suo vecchio maestro Rafa Benitez.
Però il Napoli poi si è imballato, ed ha regalato Dzemaili e Pandev per spiccioli pur di abbassare il tetto ingaggi, dopo aver fatto partire Behrami, smantellando l’impianto precedente della gestione-Mazzarri, e lasciando nelle mani di Rafa un organico da lui scelto, seppure di quarta o quinta battuta, senza sapere se il tecnico spagnolo abbia voglia o meno di rimanere all’ombra del Vesuvio, anzi ricevendo ampi segnali che Rafa non crede più nelle parole del Presidente, tutto teso a salvaguardare i bilanci e solo quello, senza dotarsi di una struttura sportiva (centro sportivo per giovani calciatori, albergo e foresteria per prima squadra e settore giovanile, ristrutturazione del San Paolo rispondendo picche alla richiesta di progetto del Comune), senza dotarsi di strutture societarie (il solo Bigon a prendere ordini senza autonomia e Grava senza poteri al settore giovanile, a fronte dei Marotta-Paratici della Juve, dei Pradé a Firenze, dei Sabatini a Roma, tutti dotati di budget ed autonomia), senza investimenti di mercato che pure le notevoli riserve messe a paracadute della società avrebbero consentito.
Il nodo però è venuto al pettine, perché se il Napoli va presto fuori da tutti gli obiettivi, come farà a mantenere giocatori di primìssima fascia o di secondo livello come Higuain, Mertens e Callejon? E’ sicuramente il momento più difficile della gestione De Laurentiis, volato in America in barba alle esigenze del club, lasciando volutamente in pasto alla critica ed alla folla il solo Benitez.
Le promesse a vuoto gli si ritorcono contro, le improvvide parole del figlio pure, la depressione che ha avvolto l’ambiente può passare solo se la squadra sarà capace di rialzarsi battendo in rapida successione Praga ed Udinese in casa sua dove notoriamente le becchiamo spesso, e poi proseguire bene fino alla sfida con l’Inter.
Ma per fare questo ci vogliono giocatori veri, con gli attributi, con dei leader che non ci sono (ah, Reina, dove sei!), con un allenatore capace di compattare l’ambiente ed ergersi a condottiero di un gruppo sfilacciato, in crisi d’identità e di morale, che dopo il gol di Maxi Lopez, pur disponendo di tanto tempo, si è sciolto come neve al sole.
Occorre coraggio, anche ad accantonare qualche big ora inguardabile come Albiol, come fece Lippi con Nela e Policano, e chiudere la squadra fra quattro mura a muso duro. Invece, oggi giornata di riposo, l’ennesima. Continuando così, l’allenatore più pagato della serie A si avvia ad un divorzio consensuale, ed il Presidente si troverà nella peste della Grande Depressione.
A meno che non si vinca. E vincere aiuta a vincere. A cominciare da giovedì. Monsieur Lapalisse, of course.. Perché il Napoli ha sbagliato il mercato, ma resta una buona ed incompleta squadra.

Umberto Chiariello per Rispetta Lo Sport

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