Mettiamo da parte la fisarmonica bandoneón che accompagna il seducente tango argentino. Posiamo anche i tamburelli pandeiro che danno il ritmo indiavolato alla samba brasiliana. Come negli anni Novanta, il calcio italiano cambia musica e torna a ballare a passi di Kolo, danza tipica delle popolazioni balcaniche fantasiosa, creativa e discontinua come i loro calciatori. La sessione di calciomercato appena conclusa ha, infatti, ridisegnato gli equilibri geopolitici all’interno della nostra Serie A. Sempre meno italiana – ignorando gli appelli accorati e umidi di lacrime del cittì Antonio Conte -, con lo sguardo ancor più guercio verso le antiche terre di conquista sudamericane e con una morbosa attenzione ai talentuosi calciatori provenienti dalle terre balcaniche.
Dei 608 milioni di euro spesi – o da spendere nelle prossime finestre dei trasferimenti per i riscatti dei prestiti – i club italiani ne hanno dirottati ben 110 per rinforzare le proprie rose con giocatori nati e cresciuti nei territori dell’ex Jugoslavia. Sono 55 i calciatori di origine slovena, croata, serba, bosniaca, montenegrina e macedone a militare nel nostro campionato. Diciannove società su venti ne hanno almeno uno in rosa con l’eccezione del Milan che, però, ha affidato proprio al serbo Siniša Mihajlovic la propria panchina.
L’Inter di Mancini è la squadra che più di tutte ha deciso di puntare sui talenti provenienti dalla sponda est dell’Adriatico. Con gli arrivi Perisic, Jovetic e Ljajic, che hanno rimpiazzato le partenze di Kovacic e Kuzmanovic, è stato rinfoltito un gruppo che già poteva contare su Handanovic, Vidic e Brozovic. Anche Lazio e Fiorentina con gli acquisti del serbo Milinkovic-Savic e del croato Kalinic hanno scelto di far diventare lo slavo, in tutte le sue sfaccettature, la seconda lingua più parlata all’interno dei loro spogliatoi.
Sempre a Est si sono rivolte Juventus e Roma per trovare il loro numero 9. A Torino è atterrato un po’ a sorpresa il croato Mandžukic, chiamato a prendere le redini lasciate libere da Tévez. Sotto l’ombra del Colosseo, fortemente sponsorizzato e convinto dal suo compagno di Nazionale Pjanic, è arrivato Džeko, quel centravanti da doppia cifra che i giallorossi attendevano dai tempi di un altro argentino, Gabriel Batistuta. Due operazione molto onerose per gli standard italiani – 19 milioni per l’ex Atletico di Madrid e 15 più 3 di bonus per l’ex Manchester City -, ma con la convinzione che nel nostro campionato possano rivelarsi decisivi.
Lo dice la tradizione e lo conferma la storia. Tantissimi calciatori slavi sono stati protagonisti di grandi campionati con le maglie delle squadre italiane. Basta tornare indietro di una ventina d’anni, quando la Jugoslavia era ancora una polveriera in fase di scioglimento e molti campioni fuggirono dalla guerra attraversando il Mar Adriatico per poi lasciare un segno indelebile nella nostra Serie A. I milanisti Savicevic e Boban, il laziale Bokšic, il doriano Katanec fecero da apripista a Jugovic, Stojkovic, Mijatovic, Mihajlovic prima dei più recenti Vucinic e Stankovic.
Calciatori che hanno fatto la storia dei propri club e delle proprie Nazionali, instaurando con i tifosi un catulliano rapporto “Odi et amo”. L’amore per le irresistibili magie mostrate in campo, la delusione e la tristezza per quell’atavica e noiosa indole di discontinuità che ha sempre caratterizzato i giocatori slavi. Vent’anni dopo tocca a Perisic, Jovetic, Mandžukic, Džeko e agli altri far innamorare il pubblico italiano senza regalare momenti di noia, apatia e indolenza. In fondo è facile, basta giocare a ritmo di Kolo.
Pubblicato su RSera del 2 settembre 2015
serie A
- Protagonisti:
Il tecnico biancoceleste: “L’infortunio di Gentiletti ci ha un po’ penalizzati, sul mercato cercheremo un difensore di quel tipo. Non ci sentiamo più forti dei…