Caso Tavecchio, quando il silenzio non serve a nessuno

Politically correct: gli inglesi sono maestri della sintesi, riescono a riassumere in un’espressione il comportamento che un uomo pubblico dovrebbe tenere. Ma Carlo Tavecchio non parla inglese: sarebbe bello se si potesse chiudere con una battuta il caso scoppiato per le parole su ebrei e omosessuali. Erano off record, ancora l’inglese per dire che Tavecchio pensava di non essere registrato in quel momento. Non è un alibi, certe cose sarebbe meglio non pensarle. E soprattutto sarebbe stato meglio che gli elettori del calcio non avessero votato (e non votino per il futuro) dirigenti che solo possano essere sospettati di pensarle.

Ci sono ruoli, posizioni che costringono a essere più uguali degli altri: al Circolo pensionali di Ponte al Lambro o di Comiso, o di Marsciano (tanto per non dimenticare nessuna delle tre Italie) magari trovi ancora qualche vecchietto che sugli ebrei e sugli omosessuali ripeterebbe gli stessi concetti di Tavecchio, ma a zittirlo provvederanno i più saggi e i più lucidi. Al presidente della Federcalcio deve pensare qualcun altro. Non il Governo, forse, che ha rinunciato a ogni forma di tutela sullo sport: sarebbe singolare che ora facesse da censore. Il Coni, invece, al di là delle precisazioni regolamentari, potrebbe intervenire, secondo una gradualità che rientra nella discrezionalità di Malagò. Stiamo ripetendo le stesse cose già dette dopo l’infelice uscita su Optì Pobà. Allora non successe nulla, stavolta si rischia una replica ancora meno spiegabile. Anche il silenzio può diventare politically incorrect. Lo insegnano gli inglesi.

Fonte: SkySport

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