CdS: “Sarri, la scalata da favola: 8 anni fa, in pieno Guardiolismo, era senza panchina”

E per un momento, fosse pure un battito di ciglia, nelle nuvole di fumo si potrà ritrovar se stesso, i giorni cupi (e dolorosi) d’un passato recentissimo: dieci anni, cosa volete che siano nel corso di un’esistenza? E’ un po’ – in genere – come voltarsi e accorgersi ch’è stato un balzo agile oltre la siepe, qualche capello bianco in più, o magari in meno, tracce di pinguedine (forse), strisce di rimpianti o d’orgoglio. Sono diari che si aprono, magari si lasciano lì, accantonati sul giaciglio affinché restino sommersi nella polvere. E sono però cenni della memoria, la più intimistica, a cui è vietato accedere agli estranei. Chissà mai dov’eravate il 15 febbraio del 2009, ed è persino futile chiederselo, però Maurizio Sarri, avvinghiato a se stesso, alle proprie teorie – sanno di fede, si declamano come mantra – restò immobile dinnanzi alla sentenza classica, persino un po’ stucchevole, che accompagna ogni esonero:  pure quel giorno venne ringraziato per la fattiva collaborazione, mentre gli si auguravano le «rituali» migliori fortune, e intanto alle sue spalle restava il «Renato Curi», la bellezza di Perugia e il sospetto d’essersi infilato nel più inaccogliente macrocosmo professionale. Ed è buffo, o inquietante, domandarsi del 27 maggio del 2009, un mercoledì normale per chiunque, forse pure per Maurizio Sarri, sprofondato in un divano o magari in giro per distrarsi, certo corroso dalle proprie interpretazioni calcistiche e probabilmente, chi può dirlo se non lui?, incuriosito nella sua ingordigia da quel Barcellona-Manchester United.

L’ASCESA. The Champioonnnss, nella maestosità emozionale del brivido, raggiunge il suo punto più alto (ele mentare, Watson) in quei novanta minuti che rappresentano l’estasi e però anche il tormento: e la finale, in un giorno apparentemente vuoto, incorona ufficialmente quel geniaccio, un enfant prodige debuttante sulla panchina, lo eleva a Divo – o anche a Mito – trasversale ed universale, un Cristo per gli esteti e poi un rivoluzionario tout cort, la miscela di varie espressioni – non teorie, non teoremi – fuse nel tiki taka, in cui c’è l’opulenza tecnica dell’Olanda di Michels e la sublimazione del modernismo Catalano che riconduce a Cruijff  mica a Gaudì e poi approda nel Guardiolismo. E’ in questo tempo ch’è passato – tra Grosseto e Alessandria e Sorrento innanzitutto – c’è lo stridore sensazionalistico d’uno sgarbo che forse il calcio deve aver fatto a Maurizio Sarri, perché è lecito interrogarsi come mai sia rimasto per decenni nel Dilettantismo.   Ci sarebbe da spogliarsi dell’età per concedersi un balzello nei fantastici anni ‘90, quelli del Dream Team, riaccomodarsi nell’autorevolezza e nel romanticismo del Guardiola calciatore modellato da Johan Cruijff , e immaginare che intanto, contemporaneamente, un trentunenne con moglie e fi glio e il posto in banca (un lusso, eh) sceglie di rimettersi in gioco, di osare, di rischiare, sedotto dal proprio sogno d’insegnare calcio… Però questa sarebbe già un’altra storia, più complessa e sostanzialmente diversa; mentre in panchina, ora che stanno lì, uno a fi anco all’altro ed uno contro l’altro, con l’eco stordente dei complimenti di Guardiola che s’espande, a Maurizio Sarri andrà concesso di distrarsi – fosse anche per un millesimo di secondo – e di non scarabocchiare nulla su quel quaderno che si porta appresso se non la parabola della propria ascesa.

Corriere dello Sport

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