Il volo è tranquillo. I passeggeri ascoltano la musica o giocano a carte. All’improvviso si spengono le luci. Uno steward invita tutti ad allacciare le cinture perché l’aereo sta per atterrare. “Cominciammo a cadere. Non ci sono tante persone sulla Terra che possono raccontare di aver vissuto un momento del genere”.

Tra i calciatori sopravvissuti, Jakson Follmann è quello che ha i ricordi più lucidi.

Dopo la caduta, e dopo un tempo che non sa quantificare, vede una torcia e sente le urla della polizia colombiana in soccorso. Un sergente gli tiene la mano e lo rassicura. Lui dice di essere il portiere della Chapecoense. Nell’impatto ha perso il piede destro e il sinistro è rimasto attaccato solo per i tendini. “I miei compagni non urlavano più, erano morti”.

Neto aveva sognato l’incidente, alcune notti prima. C’erano le luci che si spengono, la pioggia, il bosco. Con grande agitazione ne aveva parlato alla moglie, la madre dei suoi gemelli di dieci anni. “Mi sono portato quell’incubo dentro l’aereo, mi martellava la testa”.

Dopo lo schianto, le otto ore sotto le macerie e il trasporto in ospedale, quando si sveglia Neto chiede a un medico cosa sia successo. Non ricorda nulla. Gli viene risposto che ha avuto un infortunio durante la finale.

Con il passare delle ore, sul letto nel reparto di terapia intensiva, inizia a porsi delle domande. Il suo corpo è pieno di tagli. “O l’avversario che mi ha messo ko era veramente grosso, oppure i tifosi hanno invaso il campo e ci hanno aggredito”.

Dopo alcuni giorni nella sua stanza ci sono alcuni medici, la sua famiglia, uno psicologo e un prete. Suo padre gli chiede di raccontare il sogno dell’incidente. Lo psicologo scoppia a piangere e lascia la stanza. A quel punto dicono a Neto dello schianto.

Anche il difensore Ruschel, durante il ricovero, non ricorda l’incidente e pensa alla finale, convinto che si debba giocare il giorno dopo. A lui i medici spiegano tutto all’improvviso.

Il tecnico di volo, Erwin Tumiri, attribuirà la salvezza alla posizione fetale. Il movimento primo, l’orientamento del corpo che non ha ancora visto la luce: l’istinto puro, si direbbe. In verità, spiega Tumiri, è più freddamente un protocollo di sicurezza, la procedura in caso d’emergenza.

Fonte: Sky

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