Il Mondiale che definirà la legacy di Messi

Ci sono giocatori che con la carriera di Messi ai Mondiali sarebbero più che soddisfatti: 15 partite nei 3 giocati finora, 11 vittorie, 2 pareggi e 2 sconfitte; e ancora 5 gol, 5 assist e 3 hockey pass (il passaggio che porta ad un assist). Due quarti di finale e una finale raggiunti.

Risultati migliori di Cristiano Ronaldo, Platini, Di Stefano, van Basten e all’altezza di Cruyff e Baggio solo per fare dei nomi. Ma Messi è qualcosa di diverso, persino rispetto ai giocatori appena citato, e tutto questo, evidentemente, non è abbastanza.

Da ragazzo prodigio a salvatore della patria

Il primo Mondiale, Messi l’ha giocato come ragazzo prodigio. Aveva diciannove anni e, per quanto talento avesse, non era stato ancora caricato delle responsabilità del campione. Il quarto di finale del 2006 con la Germania lo passa tutto in panchina, a vedere la sua squadra perdere ai rigori. Esce Riquelme ed entra Cambiasso, esce Crespo ed entra Julio Cruz. Non è ancora il suo tempo, deve aver pensato il CT Pekerman. Chissà se oggi rimpiange quella decisione.

Dopo il 2006, però, ci sono stati i due Mondiali giocati con la responsabilità di fare almeno quanto Maradona (per assurda che possa sembrare come pretesa, a mente fredda). Innanzitutto quello del 2010, con Maradona in carne e ossa in panchina, a ricordargli l’ideale irraggiungibile. Il rapporto tra le due leggende argentine paradossalmente ha aiutato tantissimo Messi: Maradona l’ha messo al centro del progetto e si è preso tutte le luci dell’attenzione mediatica, lasciandolo libero di lavorare e migliorare. Ad esempio, sembra che Messi abbia iniziato a calciare le punizioni in maniera divina dopo i consigli di Maradona in Nazionale.

Certo, Maradona è stato un allenatore meno eccellente dal punto di vista tattico, non il suo punto forte: quella Argentina era una squadra dal calcio offensivo quanto semplice, con il rombo a centrocampo che metteva Messi da enganche e faceva passare dai suoi piedi tutta la manovra offensiva. Una volta recuperata palla, veniva subito passata a Messi, che doveva trovare il modo di mettere in porta Tevez o Higuain. Non c’erano giocate prestabilite, doveva essere il talento di Messi a trovare il modo di arrivare in porta. E il talento di Messi era bastato per superare in scioltezza il girone e gli ottavi contro il Messico, ma era stato spazzato via dalla Germania super-organizzata di Löw.

La stessa Germania di Löw che quattro anni dopo, nel 2014, in Brasile, batte con un gol ai supplementari l’Argentina difensiva di Sabella. L’idea, però, era sempre la stessa: a risolvere le partite ci doveva pensare Messi. Ma se prima il problema era l’organizzazione delle fasi di gioco, ora viene curata a puntino quella difensiva (con due linee compatte dietro a Messi e Higuain) e si elabora troppo poco quella offensiva.

Messi era un enganche con Maradona ed è una seconda punta con Sabella, resta il fatto che il 10 deve sempre venire incontro a prendersi la palla e a trovare un modo per farla arrivare in area. Senza meccanismi offensivi, il talento di Messi arriva fino a un passo dalla Coppa.

Messi, oggi

La sfida di Sampaoli è proprio quella di dotare per la prima volta Messi di una squadra con meccanismi sia difensivi che offensivi. L’Argentina arriva al Mondiale con un allenatore fissato con l’organizzazione tattica della propria squadra ai limiti dell’ossessione. Sampaoli cura tutte le fasi in egual misura e vuole che ogni giocatore sappia cosa deve fare dal primo all’ultimo minuto che è in campo.

Il CT dell’Argentina è partito dall’idea di mettere intorno a Messi tutta una serie di giocatori funzionali, cercando di costruire una squadra che potesse metterlo nelle condizioni migliori per potersi esprimere al massimo.

Questa era all’incirca la stessa idea alla base dell’Argentina dell’86, quella ricordata ingiustamente come un assolo di Maradona, e che invece Bilardo aveva costruito come un sistema che potesse esaltare Maradona perché gli chiedeva proprio quello che sapeva fare meglio: superare l’uomo in marcatura stretta e dare l’ultimo passaggio.

Questa è anche l’ambizione di Sampaoli, non fare di Messi il giocatore che deve trascinare il sistema a base di invenzioni personali, ma che possa trovare sempre qualcuno accanto a cui associarsi. Per questo ha deciso di puntare su giocatori specializzati, penalizzando invece quelli di puro talento: è questo il motivo che lo porta a mettere Dybala in panchina, e Meza e Di Maria in campo.

Giocatori che danno al talento di Messi quello che serve in quelle zona di campo: come Biglia dietro di lui per i passaggi taglia-linee; come Salvio e Tagliafico, due terzini molto offensivi e quindi in grado di dare sempre la possibilità a Messi di cambiare gioco sul lato debole. Come Agüero davanti per i movimenti in profondità.

Se quello del 2010 era il primo Mondiale di Messi come pretendente al trono di migliore al mondo, e quello 2014 il Mondiale di Messi come il migliore al mondo, Sampaoli vuole che questo del 2018 sia il Mondiale di Messi come pretendente al trono di migliore della Storia.

Fonte: Sky

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