Aliou Cissé, il fardello dell’uomo nero

C’è un episodio, che risale al settembre del 2002, eloquente di che tipo di professionista fosse Cissé. E forse anche di che tipo di uomo sia.

A settembre, subito dopo il Mondiale e dopo essere stato ingaggiato dal Birmingham City, al largo delle coste del Gambia la motonave Le Joola si inabissa dopo essersi imbattuta in una tormenta, causando circa mille vittime e solo una sessantina di sopravvissuti. A bordo ci sono undici membri tra zii e cugini della famiglia di Aliou, che però apprende della tragedia solo il giorno successivo: «I miei genitori non me l’hanno voluto dire, perché sapevano che stavo preparando una partita importante». Steve Bruce, l’allenatore, e i compagni invece ne vengono a conoscenza una settimana più tardi, quando Cissé, dopo essersi silenziosamente allenato senza parlarne con nessuno, chiede il permesso di partire per il Senegal, ma non prima di scendere in campo contro il West Ham.

Al suo arrivo a Dakar si impegna attivamente per organizzare un’amichevole contro la Nigeria, il cui incasso sarebbe stato devoluto alle vittime. Per Aliou l’emotività è il motore che dà vita al capitale umano: forse è proprio quello il momento in cui vengono fecondati i germogli del suo futuro da allenatore.

L’importanza dell’ordine

Al termine della carriera da calciatore, nel 2009, Cissé vorrebbe aprire una scuola calcio a Dakar. Si iscrive al corso per tecnici a Clairefontaine, dove un anno più tardi si diploma. Il suo primo mentore è lo stesso Amara Traoré, che coerente con il progetto di valorizzazione delle risorse locali che ha intrapreso la Federazione senegalese suggerisce Cissé per il ruolo di allenatore dell’U-23. È il 2011: un anno più tardi il Senegal è chiamato a giocare le Olimpiadi di Londra.

Cissé si lascia consigliare, nei primi mesi di esperienza, da Regis Bogaert, che è stato il suo primo allenatore nelle giovanili del LOSC. Da Bogaert dice di aver appreso come gestire i conflitti nello spogliatoio, come comunicare con i giocatori e con il contesto che li circonda: tutte caratteristiche che ritroviamo nelle incarnazioni meglio riuscite di un “sourcier blanc”, a partire da Hervé Renard.

Bogaert completa Aliou in un aspetto che a Cissé manca: la preparazione mentale finalizzata all’ottimizzazione dell’intelligenza delle performance.

Bogaert, nella formazione di Cissé come allenatore, è la metà meno appariscente di una mela che si chiama Bruno Metsu: da loro, senza scimmiottamenti, Aliou Cissé impara alcune regole fondamentali di come si fa l’allenatore in Africa, non per questo senza volontà di disattenderle. Si circonda, nel suo staff, di ex compagni della spedizione del 2002, ma senza revanscismo; piuttosto, con la volontà di affermarsi non solo come individualità, ma come rappresentante di una categoria, di una generazione. A 36 anni porterà l’U-23 a giocarsi un quarto di finale olimpico, in cui verrà sconfitto dal Messico poi campione.

In quelle Olimpiadi Cissé lancia giocatori come Sadio Mané e Kouyaté, che formeranno l’ossatura della sua squadra attuale e che gli riconoscono una lealtà incondizionata. Da questo punto di vista, il carisma che i suoi calciatori gli riconoscono somiglia davvero a quello riservato, chissà se anche da Aliou stesso, a Bruno Metsu.

«Dopo averlo incontrato ho capito che questa era la mia vocazione. Bruno era avanti coi tempi».

Ribaltare la scala dei valori

Gli allenatori mediocri parlano e basta. I buoni allenatori riescono a spiegare. I migliori ispirano. Bruno Metsu ha sempre speso parole incoraggianti per il Cissé allenatore. Ne ha sottolineato il temperamento, il carattere, il coraggio: lo ha definito «una specie di Didier Deschamps».

Eppure Cissé è riuscito a divincolarsi dalle spire delle similitudini proprio a partire dal ribaltamento della gerarchia delle priorità definita da Metsu, che era un allenatore libertario: prediligeva il lato umano, l’aspetto amichevole, il contesto giocoso. Piacere, solidarietà, disciplina, lavoro: per Metsu era questa la scala dei valori di una squadra. Gli stessi capisaldi di Cissé, ma invertiti: perché per Cissé l’applicazione, e la disciplina, sono i primi requisiti imprescindibili.

Fonte: SkySport

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